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domenica 6 maggio 2018

Postfazione del libro “Racconti apodittici” - INGEGNI Edizioni


Del diletto del dialetto



  Se attaccassi con il dire che “Una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina” direi na bella fregnaccia, ma se nello stesso tempo mi avventurassi a ribadire che il dialetto non assolda militanti direi un’altra castroneria. Vi basti sapere che, per come la vedo io, una singola unità gergale, o un singolo lemma paesano, è un lesto fante, l’insieme degli idiomi salentini una gran coorte, mentre, l’inconfondibile pugliese, un’intera legione insediata nei castra che accampa diritti sulla terra - una terra natia di genius loci -, una compagine pronta a difendere il proprio territorio: “terribilis est logos iste”, vale a dire la “parola”, «un pitale pieno di gioielli» e, la sua pronunciata e complessa smaterializzazione, il libro: la trascrizione e la morte del verbo, un diamante di carta.

  Se vi dicessi anche che il dialetto è per me chiricus vagans un territorio sacro senza confini, una cattedrale incompiuta, una dimora domestica affollata di famuli e familiari, un non-finito carico di materia da cavare in continuo, un morfema amorfo che ancora evolve e che nello stesso istante resta schiavo dentro un preciso significato che diventa significante nel momento in cui diviene altro da sé, una matassa, un garbuglio, un ricco incarto di millanta lemmi e dilemmi, una trama di riferimenti, un mosaico di sentimenti, di simbionti, di gente che si lega, si relaziona e vive gli stessi sapori, umori e rumor(i) degli stessi territori, non direi certo una genia-lata. Oppure sì, una genialata di suoni icastici ed ironici, un marasma che pressappoco vale l’intero patrimonio umano, il Logos, l’AUM che al suo interno nasconde il pleroma, le Metamorfosi che dal genoma aploide, muta nella forma polisemica apolide del me apulo che morfica in una apuleiana magia. La magia di una natura imperturbabile che lavora con lentezza, che cambia di continuo e si riposa, che si apre al nuovo e si placa, che cresce e si riplasma, che guarda al futuro e ritorna all’antico, che corre e si corregge, l’eterno simbolo della tranquillitate meridionale. 
   Un’atarassia, un mondo sapiente pregno di murge e ricchiteddi, di dolmen e mieru, di Ionio e gnimmarieddi, di Barocco e fichi cucchiati, di castelli e pettuli, di ulivi e pappamusci, di suppenne e pucce, di trulli e frise, di masserie e pizzica pizzica, di rapper e panzerotti ..., insomma una ricca armonia e solarità mediterranea, un inturcinamento territoriale tra moderno e tradizione in una mescidanza a me patria, che in una sola parola è “uno «gliummero»” un groviglio di concause caro non solo a don Ciccio Ingravallo. 

  Una aretè locale intrisa di una parlata molto pronunciata, di idiomi di creature e di cose, un poliedrico rebus che è molto complicato leggere e soprattutto scrivere, ma che è un puro diletto parecchio difficile da ridisegnare, o meglio, da res-pingere, perché è l’istantanea di un disegno divino, un flusso immaginario astruso, un parlottio da dormiveglia, una veglia, una polisemia che si contrappone al caos, alla cosa che, guarda caso, con un altro salto, è molto affine a un ibridismo o forestierismo inesauribile, quasi un cosmo ri-creativo, un fiume in pena, pieno di flussi saltellanti con un incedere misterioso e confluente in un incongruente zeugma, un Finnegamesenjoyce!
   Zuzzuviate gente, zuzzuviate.



In copertina e sul dorso: elaborazioni del disegno La Colombe bleue 
di Pablo Picasso (1961) e della litografia Grasshopper 
di Maurits Cornelis Escher (1935).
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Postfazione
inserita nel libro 
ZUZZUVIU - Racconti apodittici


Proprietà letteraria riservata
© Franco Chirico, 2018

Copyright © INGEGNI Edizioni
COLLANA  La Ninninedda 
Prima edizione: 2018

Quest’opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni riproduzione, anche parziale, non autorizzata.


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sabato 8 novembre 2014

Molly l’ancora signor Kurtz. Si viaggia!

Orrore. Vaneggi da ore nell’ombra e non riesci a mettere una virgola o un punto emergi e scompari senza far identificare il tuo respiro qui resti nelle tenebre dell’anima tramite l’io narrante abbracci un fiume di parole e il senso del viaggio fino alla fine del verso dove potrai sentire il petto tutto profumato sì e il cuore battere come impazzito e sì dissi sì voglio Sì e nonostante il flusso non ammetterai mai la tua presenza da viaggiatore nel racconto che ricomincia in una stazione ferroviaria della Compagnia, dove sbuffa nella notte d’inverno una locomotiva e uno sfiatare di stantuffo copre l’apertura del capitolo, una nuvola di fumo nasconde parte del primo capoverso. Lo so! Questo è un mostro letterario, una creatura che ti assomiglia. Sei arrivato fin qui ma non ti stai riconoscendo nel personaggio. Sa di testo intessuto di andirivieni, dove il flusso di coscienza entra in un viaggio circolare e la narrazione riprende dal punto di partenza. Poi ritorni, ti riconosci. Lo sento, stai per dire che tutto questo passaggio l’hai già letto. Tu lo credi lettore. Al tuo cuore non piace sentirsi immerso a lungo nella tenebra. Tuttavia ti porto ancora con me, questa volta ti faccio salire sul Nellie, una iole da crociera, e ti porto fino alla fine del mondo, dove non brilla mai il sole, altrimenti sapresti comprendere il valore del viaggio, la suprema consolazione di chi non può salvarsi, riconoscendo la malinconia dei piroscafi. E qui, una volta che ti ho portato, sussulteresti anche tu al sentirgli dire, due volte, un grido che non era più di un respiro. «L’Orrore! L’Orrore!» E fu tutto.


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Dal 22 febbraio 2014 mi sono messo a giocare con Diteci di oggi. 
Sopra il mio 26° contributo che non ha trovato spazio nella pagina 46 di Pagina99we. 
Qui lo schema e le regole del gioco lanciato da Antonella Sbrilli su Diconodioggi

Questa volta il gioco è particolare e per certi versi poco comprensibile, come poco comprensibile è il viaggio dell’essere lettore, una creatura che ama viaggiare tra le pagine e nei luoghi letterari. Ogni riga è un approdo, ogni capoverso è una stazione e ogni capitolo un porto per rifocillarsi e riprendere il lungo viaggio dell’anima. Un mostro che vive di brani, di frasi memorabili, di parole estreme. Un mostro capace di identificarsi in figure e personaggi diversi, che spazia in periodi e in stili differenti ma che in ognuna sa trovare il senso del divenire e dell’essere. 
In questo pezzo ho ridisegnato parole di Joyce (Molly nell’«Ulisse»), di Calvino (Il Lettore in «Se una notte d’inverno un viaggiatore»), di Flaubert (Frédéric in «L’educazione sentimentale») e di Conrad (Marlowe in «Cuore di tenebra») portando il cuore, in un viaggio estremo oltre le tenebre mostruose per scoprire che l’io narrante, altri non è che un lettore disattento, un personaggio dapprima donna e poi uomo che diventa man mano, un eterna essenza universale che approda nelle parole dei libri per riscoprire il gusto del viaggio interiore fino alla morte dell’anima. Un’Apocalisse che ti toglie il respiro, perché si scappa nella lettura ma dalla lettura non si scappa.