
Schicchercartio.
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Schic-cher-car-tì-o (Ropalica sillabica decrescente 5+4+3+2+1).

Come disegnatore o imbratta tele oppure come scarabocchia fogli non devo sembrare un granché (altro che diarrea letteraria come vien suggerito nell’analisi etimologica del termine schiccherare -> Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani).
Perché quivi [minchia che sintesi in un lemma, oltre modo antico, per dire: qui, nel luogo nel quale si confabula] il mio schicchercartio, vale sia come un semplice graffio su una tela - avete presente i cinque tagli di sopra alla Fontana?! Cinque, quante le sillabe del mio neologismo - e sia come una semplice parola scritta su un foglio, ma nessuna delle due può valermi, né ora e né in futuro, una fortuna, perché un neologismo di siffatta natura non serve a niente e a nessuno!
Non è come Aspirina® o CocaCola® che valgono ai rispettivi detentori dei diritti un patrimonio. Schicchercartio è solo una piccola goccia emersa dall’immenso linguaggio universale, che a mala pena servirà solo a bagnare (come una lacrima dopo uno immenso sforzo sfinterico) una piccolissima parte di questo stralunato blog.
Eppure per esaltarmi un po’ vi dirò che i vecchi idiomi [ragionate con me su: id-io-mi = Id-Ego e Super Ego (suddivisione dell’apparato psichico di Freud) = vale a dire Io: Uno e Trino perché in principio era il Verbo... e il verbo era D’io - tutto torna] sono nati, secondo Gennaro D’Amato, da L’Alfabeto sacro di Adamo, AUM (1987, Fratelli Melita Editore). Non è che mi voglio montare la testa dopo questa premessa - creata ad arte - ma il mio piccolissimo Verbo, o meglio, la mia nuova parola, non può che essere sacra.
La sentite la musica che sprigiona: schic-cher-car-ti-o; la riuscite a vedere la scala che ne scaturisce: schic-cher-car-ti-o. È un sacro idioma = > vale a dire sacro id-iota (ma quanto Vino ho bevuto questa sera?!).
Sarà l’effetto di-Vino, ma riosservando la copertina del libro vedo la stessa matrice gra-fica “V” (V come cinque romano, V come neologismo pentasillabico) trovata dal D’Amato dappertutto (matrice certa <--> patrice incerto). Vedo rune e lettere dell’alfabeto che nascono - come Venere dalle acque - dalla stessa grafia, vedo il sacro simbolo femminile (V tagliata in due parti uguali - osservate bene la copertina del libro - che cosa apre Dio con le mani? Una V, la V di venere, di Verbo) e rivedo sopra il mio falso Fontana, che ricalca la lettera dell'alfabeto greco -->ψ (psi) e la runa
Leggendo “schicchercartio” i puri di lingua, cioè i linguisti puristi potranno pure in-orridire [OrRidetti vi suggerisce qualcosa? Vi do un aiutino palindromo: è il mio avatar tumblero: EVOL ut ION <-> NOI, tu LOVE; che poi inserendo una R davanti diventa REVOLUTION = rivoluzione/evoluzione], ma vuoi mettere la mia soddisfazione per aver coniato il primo termine ropalico decrescente che va asce mare (vale a dire che verrà accettato e scomparirà in fondo all’oceano delle parole morte)!?
Forse ->“schicchercartio” nel panorama linguistico italiano è l’unico termine che possiede la suddivisione sillabica ropalica decrescente e, fino a prova contraria, è il solo termine coniato o identificato di questo tipo, ma se non lo dovesse essere, brindo lo stesso.
Brindo a tutti voi e a tutti i detrattori del Verbo. Anzi a quest’ultimi dedico due miei versi ropalici classici:
chi deve campari diventerà imperituro
chi beve campari degusterà aperitivo
chi beve campari degusterà aperitivo
ropàlico agg. e s. m. [dal lat. rhopalĭcus, gr. ῥοπαλικός, der. di ῥόπαλον «clava»] (pl. m. -ci). – Verso r. o assol., come s. m., ropalico, verso classico in cui le parole procedono crescendo successivamente di una sillaba, come nella clava (ῥόπαλον) crescono progressivamente le dimensioni dall’impugnatura alla testa: se ne trovano nei componimenti poetici di Porfirio (4° sec. d. C.), ma erano giochi metrici già in uso presso i poeti neoterici del 2° sec. d. C. e prima presso i Greci nell’età ellenistica coi carmi figurati di Dosiada e dei suoi imitatori. Un esempio ne è il verso (citato da Servio) Rem tibi concessi, doctissime, dulcisonoram.
