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lunedì 17 novembre 2014

Francesco Guccini - Parole




Parole, son parole, e quante mai ne ho adoperate
e quante ancora lette e poi sentite,
a raffica, trasmesse, a mano tesa, sussurrate,
sputate, a tanti giri, riverite,
adatte alla mattina, messe in abito da sera,
all’osteria citabili o a Cortina e o a Marghera.

Con gioia di parole ci riempiamo le mascelle
e in aria le facciamo rimbalzare
e se le cento usate sono in fondo sempre quelle
non è importante poi comunicare,
è come l’uomo solo che fischietta dal terrore
e vuole nel silenzio udire un suono, far rumore.

Mio caro amore, si è un po' come commessi viaggiatori
con campionari di parole e umori a ritmi di trecento e più al minuto;
amore muto, beati i letterari marinai, così sul taciturno e cerca guai,
così inventati e pieni di coraggio...


Io non son quei marinai, parole in rima ne ho già dette
e tante, strano, ma ne faccio dire
nostalgiche, incazzate, quanto basta maledette,
ironiche quel tanto per servire
a grattarsi un po' la rogna, soffocati dal collare
adatto per i cani o per la gogna del giullare.

Poi andare sopra un palco per compenso o l’emozione:
chi non ha mai sognato di provare?
Sia chi ha capito tutto e tutto sa per professione
ed ha un orgasmo a scrivere o a fischiare,
sia quelli che ti adorano fedeli, senza intoppi,
coi santi non si scherza, abbasso il Milan, viva Coppi!

Amore sappi, beato chi ha le musiche importanti,
le orchestre, luci e viole sviolinanti, non queste mie di fil di ferro e spago;
amore vago, mi tocca coi miei due giri costanti
fare il make-up a metonimie erranti: che gaffe proprio all'età della ragione...


E sì son tanti gli anni, ma se guardo ancora pochi,
Voltaire non ci ha insegnato ancora niente,
è questo quel periodo in cui i ruggiti si fan fiochi
oppure si ruggisce veramente
ed io del topo sovrastrutturale me ne frego;
chi sia Voltaire, mi dite? Va beh, dopo ve lo spiego.

E se pensate questi i vaniloqui di un anziano,
lo ammetto, ma mettiamoci d’accordo
conosco gente pìa, gente che sa guardar lontano
e alla maturità dicon sia sordo
perchè i rincoglioniti d’ogni parte odian parecchio
la libertà e la chiamano “vagiti”, o “ostie” d'un vecchio.

Amore a specchio, è tanto bello urlare dagli schermi,
gettare a terra falsi pachidermi coprendo ad urla il vuoto ed il timore.
Qui sul mio onore, smetterei di giocar con le parole,
ma è un vizio antico e poi quando ci vuole per la battuta mi farei spellare...


E le chiacchiere son tante e se ne fan continuamente,
è tanto bello dar fiato alle trombe
o il vino o robe esotiche rimbomban nella mente,
esplodono parole come bombe,
pillacchere di fango, poesie dette sulla sedia,
ghirlande di semantica e gran tango dei mass-media.

Dibattito in diretta, miti, spot, ex-cineforum,
talk-show, magazine, trend, poi T.V. e radio,
telegiornale, spazi, nuovo, gadget, pista, quorum,
dietrismo, le tangenti, rock e stadio
deviati, bombe, agenti, buco e forza del destino,
scazzato, paranoia e gran minestra dello spino.

Amore fino, lo so che in questo modo cerco guai,
ma non sopporto questi parolai, non dire più che ci son dentro anch’io,
amore mio, se il gioco è essere furbo e intelligente
ti voglio presentare della gente e certamente presto capirai...


Ci sono, sai, nascosti dietro a pieghe di risate
che tiran giù i palazzi dei coglioni,
più sobri e più discreti e che fan meno puttanate
di me che scrivo in rima le canzoni,
i clown senza illusione, fucilati ad ogni muro,
se stan così le cose dei buffoni sia il futuro.

Son quelli che distinguono parole da parole
e sanno sceglier fra Mercuzio e Mina,
che fanno i giocolieri fra le verità e le mode,
i Franti che sghignazzano a dottrina
e irridono ai proverbi e berceran disincantati:
"Frà Mina e Frà Mercuzio son parole, e non son frati!"

domenica 1 settembre 2013

Questa domenica in Settembre non sarebbe passata così




Questa domenica in Settembre non sarebbe pesata così,
l’estate finiva più nature vent’anni fa o giù di lì.
Con l’incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca l’Unità,
la paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la maturità.

Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che
io per vederlo ci ho impiegato tanto filosofando pure sui perché,
ma tu non sei cambiata di tanto e se cos’è un orgasmo ora lo sai
potrai capire i miei vent’anni allora, i quasi cento adesso capirai.

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,
non era la rivolta permanente: diciamo che non c’era e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò.

E quanto son cambiato da allora e l’eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più,
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa!

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all’anno o a Carnevale.
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so,
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò.

Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai!
Perché mi amavi non l’ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché,
perché fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me.

Infatti i fiori della prima volta non c’erano già più nel sessantotto,
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto,
tu li aspettavi ancora, ma io già urlavo che “Dio era morto”, a monte, ma però
contro il sistema anch’io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos.

E Gianni, ritornato da Londra, a lungo ci parlò dell’LSD,
tenne una quasi conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak
e noi non l’avevamo mai fatto e noi che non l’avremmo fatto mai,
quell’erba ci cresceva tutt’attorno, per noi crescevan solo i nostri guai.

Forse ci consolava far l’amore, ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città.
L’amore fatto alla «boia d’un Giuda» e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia!

E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho,
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può.
E adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne hai,
per nostalgia, lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l’Hi-Fi...

Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perché
se penso a quella che eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e per te.
Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là,
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità.

Perché a vent’anni è tutto ancora intero, perché a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi non c’entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch'è rimasto dimmelo un po’ tu.

E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente per finire
come le tante via, distrattamente, a cercare di fare o di capire.
Forse lo stan pensando anche gli amici, gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
giocando a dire che si era più felici, pensando a chi s’è perso o no a quei party.

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,
io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai
ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai:
ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai.

mercoledì 24 marzo 2010

TOCCO D'ARTISTA


Al
tocco di Tocc
o1 con tocco al tocco gli toccò un tocco di tocco al tocco.


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1 Cittadino di Tocco da Casauria (PE)
Deve sembrare proprio un po’ strano leggere di un pazzo toccolano1 appena laureato che con un cappello di laurea messo in testa di sbieco, cioè “all’una”, festeggia assaggiando un pezzo di intingolo di carne bianca di pesce pescato al tocco.


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Repetita iuvant. In mezzo ad un oceano di parole che il nostro vocabolario contempla, vale sempre la pena formulare una frase che ne contenga solo una, ma ripetuta enne volte (otto in questo caso) e riuscire a toccare tutti i significati possibili ed immaginabili. Un record? Una follia? Un inutile gioco stilistico che oltretutto punta all'enneade comprendendo con un tocco di classe, anche il titolo del post? Beh, sì!

Vengo, con questa mia, a precisare che la diafora mi diverte più dell’anafora e dell’epifora, anche se mi ingrifa ancora di più la complexio. Ad onor del vero mi tocca anche dire che con la ripetizione di una stessa parola, il ritmo del verso ne risente; ma vuoi mettere l’ebbrezza del piacere ludico fine a se stesso, per presentarvi una epanalessi all’ennesima potenza?!

L’in-tenzone è quella di aprire un varco nella fitta boscaglia dei giochi di parole ben sviscerati dai due grandi ludolinguisti: Stefano Bartezzaghi e Umberto Eco, e non solo; se qualcuno mi vien appresso, per questo irto sentiero, aggiunga, in tal guisa, un suo diverso verso, che oltre osi o si somigli a codesto qui sopra espresso, di modo che la selva fiorente non mi appaia più una giungla nella mia solatia mente, ma un giardino profumato di sinapsi fiorite. Se la pugna non è nelle vostre corde o non vi interessa duellare con parole astruse, vi capisco, ma sappiate che ancora oltre e altrove ardirò in ulteriori scritti.

Farommi paladino, come un fiero alfiere, dell’attempata retorica, ma, per altri lidi sopraffini, proverò ad ammorbarvi in futuro per altri post, anco con parole più sdrucciole e compiacenti.

Ora esco di scena citando un verso che fa onore al mitico Cyrano e al grande tocco di Guccini:



mercoledì 30 dicembre 2009

FRANCESCO GUCCINI - Il Tema






Il Tema


Un anno è andato via della mia vita,
già vedo danzar l'altro che passerà.
Cantare il tempo andato sarà il mio tema
perché negli anni uguale sempre è il problema:

e dirò sempre le stesse cose
viste sotto mille angoli diversi,
cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi,
gli anni, i visi che si sono persi,
canterò soltanto il tempo...

Ed ora dove sei tu che sapevi ridare ai giorni
e ai mesi un qualche senso.
La giostra dei miei simboli fluisce uguale
per trarre anche dal male qualche compenso:

e dirò di pietre consumate,
di città finite, morte sensazioni,

racconterò le mie visioni spente
di fantasmi e gente lungo le stagioni

e canterò soltanto il tempo...

E via, e via, e via parole vane
che scivolano piane dalle chitarre
e se ne vanno e vibrano, non resta niente,
un suono che si sente e poi scompare...

E sono qui sempre le stesse cose
viste sotto mille angoli diversi,
e cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi,
gli anni, i visi che si sono persi,
e canterò soltanto il tempo...

sabato 3 ottobre 2009

Dai nemici mi guardi D'io, dagli amici mi guardo io!



GLI AMICI

I miei amici veri, purtroppo o per fortuna,
non sono vagabondi o abbaialuna,
per fortuna o purtroppo ci tengono alla faccia:
quasi nessuno batte o fa il magnaccia.

Non son razza padrona, non sono gente arcigna,
siamo volgari come la gramigna.
Non so se è pregio o colpa esser fatti così:
c’è gente che è di casa in serie B.

Contandoli uno a uno non son certo parecchi,
son come i denti in bocca a certi vecchi,
ma proprio perché pochi son buoni fino in fondo
e sempre pronti a masticare il mondo.

Non siam razza d’artista, né maschere da gogna
e chi fa il giornalista si vergogna,
non che il fatto c’importi: chi non ha in qualche posto
un peccato o un cadavere nascosto?

Non cerchiamo la gloria, ma la nostra ambizione
è invecchiar bene, anzi, direi… benone!
Per quello che ci basta non c’è da andar lontano
e abbiamo fisso in testa un nostro piano:

se e quando moriremo, ma la cosa è insicura,
avremo un paradiso su misura,
in tutto somigliante al solito locale,
ma il bere non si paga e non fa male.

E ci andremo di forza, senza pagare il fìo
di coniugare troppo spesso in Dio:
non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui,
ma questo mondo ce l’ha schiaffato Lui.

E quindi ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi,
cosa che a questo mondo han fatto in pochi,
voglio veder chi sceglie, con tanti pretendenti,
tra santi tristi e noi più divertenti,
veder chi è assunto in cielo, pur con mille ragioni,
fra noi e la massa dei rompicoglioni…


Francesco Guccini