giovedì 16 agosto 2012

RECOLLECTION ROOM


Aeolus (Self-portrait with flour) di Luca Pierro

Gli ultimi istanti di esistenza non è possibile condividerli con nessuno, ma restano lì, in eterno, carichi di paure e gioie. Risplendono nell’infinito oceano delle emozioni e dei ricordi, e ognuno di essi resta inabissato nel buio più profondo. E quando sei pronto a farli venire a galla, riemergono come un’enorme balena bianca. Devi essere abile ad arpionarli al volo per riviverli e farli propri, specialmente se non sono i tuoi. Non ha importanza su quale navicella stai viaggiando è importante riconoscere a chi appartengono. 


- § -


Recollection Room
di
Franco Chirico

     Non stava più dondolandosi semplicemente sull’altalena. Era sospesa in aria e il beffardo rezzo gelido di novembre abbracciava il suo viso premendo sugli occhi come spilli. Sapeva che poteva cadere da un momento all’altro e che le sue minuscole dita, così strette alle corde, iniziavano a sbriciolarle in tanti fili di canapa. Le mezzelune dei pollici, rosse quanto le adiacenti cuticole rosicchiate negli ultimi giorni, stavano scomparendo sotto la stretta presa delle mani. Ma più temeva di cadere e più si teneva salda. Percepiva l’aria che le riempiva i lunghi capelli ed era scossa da un fremito che gli gelava il sangue. Sentiva le vene che si contraevano per le fitte del panico che ripetutamente accelerava sui polsi mentre il cuore, dopo ogni spinta, gli arrivava in gola.
    Per un attimo ha riaperto gli occhi alzandoli in alto, si è assicurata che i nodi delle corde erano ancora stretti attorno al ramo per sentirsi legata più alla terra che al cielo. Così sospesa nel vuoto non ha però capito se sognava, se erano solo ricordi e se quella caligine che affogava i suoi occhi era vera e divorava il parco dei suoi pensieri o era un nuovo incubo più feroce del precedente.
    Non poteva permettersi una nuova ricaduta, il dottore era stato chiaro “devi tenerti salda ed essere nel qui ed ora, sempre”. L’angoscia è cresciuta appena ha realizzato che, invece, le corde si perdevano nel nulla e lei dondolava appesa solo alle sue paure. Il terrore ha scomposto il suo ritmo appena si è accorta che quel movimento continuo non gli restituiva più l’orizzonte. Allora ha guardato in basso e da quel momento ha iniziato a vedere solo croci bianche spuntare improvvise da terra, fino a divenire una triste distesa di tombe di un cimitero infinito.
Lentamente davanti ai suoi occhi si è aperta una voragine che inghiottiva le lapidi. L’albero già era svanito, il cielo si era volatilizzato e sotto ai suoi piedi si allungava ferina l’ombra di chi la stava spingendo per portarla via con sé.
    La vertigine degli eventi gli ha rattrappito gli arti. Ha sbarrato la bocca serrando i denti e ha inghiottito la lingua per non doversi lamentare. Per ultime ha socchiuso le cosce opime per non subire una violenza che immaginava arrivare fin dentro di lei, nell’intimità. Una luce intensa è piombata fulminea illuminando le soavi membra che ai suoi occhi sono apparse per quello che erano realmente, bitorzolute e rattrappite, di una vecchia segaligna. I suoi capelli incanutiti in fretta sembravano rampicanti che si avviluppavano in lunghissimi trefoli intrecciati come funi, le stesse che stringeva tra le mani nodose. Così appesa e tirata su per i capelli ha iniziato a piangere per il dolore. Nulla poteva contro quella forza oscura che la tirava, portandola, al di là delle sue ultime energie, verso il territorio dell’annullamento.
    Tra le nuvole si sente assorbita in un intenso lucore che la trasporta alla fine del tunnel. Intorno vorticano, circondandola, angioletti smaniosi di accompagnarla in fondo, verso il principio di nuova perenne evoluzione. E proprio nell’estremo trapasso, un improvviso singulto la tira fuori, una forza la fa rientrare in sé riaggrappandosi ancora alle corde avvolte al robusto ramo, ma è quello della secolare quercia della casa paterna.
    Riconosce le finestre e le tendine socchiuse, l’avvolgente calore domestico, i propri familiari. Ama quel luogo che profuma di tenera vita, ricorda che ha dei figli, cinque nipotini, e che quelli sono gli ultimi pensieri che resteranno lì, eterni. Rivede gli istanti in cui il marito l’ha abbracciata e fatta sua delicatamente, rammenta i primi vagiti di Trinest, la sua primogenita, le prime parole pronunciate, la susseguente laurea. Poi improvviso incombe il dolore, la morte del coniuge. La figlia da crescere da sola, i lustri che passano inesorabili fino al matrimonio con il secondo compagno, e poi altri due figli. La nuova disgrazia e il dolore immenso per la perdita dell’ultimo nato, per un malore fulminante, finché un nuovo lungo dondolio l’allontana da loro.
    Sospesa nel vuoto assaggia l’aspra umidità della sera, e di nuovo, l’altalenante ritmo, calma ulteriori ricordi che riaffiorano come antiche ferite che finiscono per stroncarla. Ora la compieta è davvero suonata. Sente la pelle lacerarsi sparpagliandosi in ogni dove e i suoi respiri affannarsi nel cercare di tessere quei brandelli dispersi e farne un nuovo corpo di fresche e rigeneranti intenzioni. E mentre l’entelechia è compiuta, un secondo scossone la riporta via da lì verso l’infinito peregrinare tra le langhe oscure dell’immensa solitudine e dell’oblio.
    Comprende che l’ombra distruttiva ora la sta avvolgendo in una luttuosa veste nera. Un corvo gli si posa sul braccio destro e inizia a beccarla a sangue lacerandone i tessuti, sull’altro s’adagia una candida colomba che la solleva delicatamente per portarla via con sé.
Così trafitta e in croce non osa però chiamare a sé l’oscura signora e pregarla di accelerare quegli attimi indulgenti che significano morte. Sa che aspettarla le dà un coraggio che pone sollievo e beatitudine agli ultimi istanti terreni della sua antica anima.
     Rivede il cimitero sotto di sé e questa volta ne afferra il senso e il messaggio evocativo. L’eterne onde del destino volgono al termine e niente e nessuno cullerà più i suoi sogni e i suoi ricordi. Il suo, ormai, non è più un dondolio, è stasi, rigidità, pace. È quell’ultime visioni disperate sono state registrate nel grande libro degli eventi.
     Le corde si fermano e quando la luce si accende, i suoi mortali resti non ci sono più. Solo le sue emozioni resteranno lì, intatte nel tempo, per essere rivissute, sempre.
    Un triste clic spegne l’ultima testimonianza di vita registrata sul pianeta Terra in loro possesso. Sul megaschermo bi-oled LogDiØ3, il potente cronovisore di ultima generazione, compare una data che sa di inverosimile. La donna che esce in lacrime dalla Recollection Room della stazione spaziale orbitante “Nantucket” non può che essere grata al capitano Mobachaby per averle fatto rivivere l’esperienza degli ultimi istanti di sua nonna Nedeva, prima di morire nell’inverno del 2063.

4 commenti:

Pierluigi ha detto...

E il colore della sua pelle era il bianco perfetto della neve.

mariadambra ha detto...

In fondo i ricordi non sono che racconti... la memoria tende a romanzare ricucendo le trame lise dall'oblio...
piuttosto che ricordare preferisco leggere un buon libro...
un abbraccio

Ernest ha detto...

grazie

mariadambra ha detto...

oblivion room
re-creation post?