domenica 4 marzo 2018

«l’Hybridamente - Piantala subito» (romanzo in divenire) by @INGEGNIedizioni

Copertina «lHybridamente» by @INGEGNIEdizioni



Sotto uno stralcio dal mio prossimo romanzo l’Hybridamente ancora in stesura, 2° Capitolo, Seconda esperienza. Un flusso di coscienza di circa 300/400 pagine. 
Solo i punti e virgola interrompono la disperazione e la solitudine di una donna (una traduttrice di autori turchi) travolta nell’esplosione di una bomba terroristica a Parigi nel novembre 2016; una donna costretta, suo malgrado, a descrivere il proprio mondo interiore e il mondo degli altri, che poi non sono altro che i suoi diversi sé. Un mondo che ti crolla addosso. Un universo che esiste solo nella propria  coscienza, nella coscienza di sé, che è solo uno dei miliardi di algoritmi che ci vengono proposti quotidianamente per dare un verso, o un senso, alla nostra esistenza, alla nostra consapevolezza reale e digitale: «Un io indistinguibile dove è inutile affannarsi per essere moralisti, timorati di Dio, benefattori, filosofi, matematici, scrittori, ladri, economisti, designer, artisti, criminali, santi, ... tanto questa Terra si scrolla e butta giù tutto, spazza via uomini e bestie, maghi e sacerdoti, ogni cosa ... mettendo ordine tra parassiti e vermi, tra virus e sudditi, tra ricchi e massoni, tra merde e politici, che poi sono sempre la stessa cosa. La Terra ci piscia addosso a tutti e ci affoga nel fango o nell’oceano, sotto una montagna di detriti, i nostri. Qui, dove io sono non esiste la distinzione tra Natura e Cultura, tra Ignoranza e Sapienza, tra Morale ed Etica. Gaia è la nostra madre, mater dei, materia ci uccide tutti, Gaia muore insieme a noi, Gaia è meravigliosa, Gaia è una stronza, Gaia scienza un cazzo, Gaia vaffanculo!». 

Buona lettura.



[...] ma fino a quando le idee non diventeranno materia nulla può succedere contro natura, nulla contro la verità che sfugge, che non si fa afferrare, contro la complessità della struttura delle cose, contro il caos della materia che si trasforma in continuo, divenendo somma di cause ed effetti, sintesi di piacere e dolore, di sofferenza e calamità tanto amate dagli dèi, dèi che amano restare in cielo, che mandano giù il loro cielo, un cielo di igitur, di dunque, di eppure, eppure il cielo esiste, il cielo resiste, persiste, tanto che è sceso sulla terra;

ora è materia caotica, miscuglio di ossa e sangue, di acqua e muscoli, di materia grigia e callosa, di minerali e calore, eppure sono «Uno», un’entità unica e irripetibile, una donna che pensa e argomenta, che si pone domande e prova a darsi delle risposte, che comprende che di fronte alla natura, un essere umano o un animale, una quercia o una rosa, un pilastro di cemento e ferro o una statua di marmo, o di bronzo, sono la stessa cosa, materia che muore e rinasce, che si sbriciola e si ricompone, che cambia stato ma non essenza, essenza che è sempre doppia, dove nulla è buono e niente è cattivo, nulla è giusto e niente e sbagliato, nulla è vita e niente è morte, tutto è nato e tutto deve morire, fino a divenire «Uno», ridivenire «Uno», vivere in «Uno», morire in «Uno», un «Uno» che ora è doppio, di un «Uno» che ha dovuto sdoppiarsi, dividersi, sbriciolarsi in una moltitudine di esseri, nascere e morire all’infinito, divenire moto e stasi, pace e guerra, religione e scienza, bene e male, corpo e anima, contraddizione e dubbio, domande e risposte, in un eterno fluire, in un eterno ritorno, dove la ragione non può venirne a capo, venire in «Uno»;

 ora è cielo, e la contraddizione è di questo mondo, noi essere umani crediamo nell’«Uno» ma seguiamo l’«Altro», crediamo in una cosa ma ne seguiamo un’altra, amiamo Dio ma seguiamo il demone, il demone che Ovidio ci ha tramandato “Vedo e approvo il meglio, ma seguo il peggio” «Video meliora, proboque, deteriora sequor», un labirinto di equilibri e squilibri, un labirinto di armonie e disarmonie, un eterno dilemma, un’eterna ghirlanda brillante, un groviglio di se e di ma, di sé e di mantra, di ora e di mai, di tutto quello che ancora non è stato fatto, di complicati contrappunti, di cose sempre uguali, di cose diverse di ora in ora, di ora io non so più cosa devo seguire se il peggio perché Dio non mi ha abbandonata o seguire il meglio perché Dio mi ha abbandonata;

ora è ancora cielo, cielo carico di dubbi, dubbi che sanno di vecchiaia, di esperienza, di passato, di antiche lotte, di antichi rituali e iniziazioni, di lontani predomini e potere, di guerre e conquiste, di razzie e distruzioni, di supremazie e troni, di lotte per la vita, di strategie per sopravvivere, per non morire, per trionfare, per odiare, per desiderare, per amare, dove anche le dolcezze sono tempeste, le carezze inganni, i baci tradimenti, le parole pietre, i pensieri armi imbattili, eppure si continua a temere, a voler cambiare lo stato delle cose, senza capire che i ghiacciai ridiverranno comunque acqua, l’acqua fiumi, i fiumi oceani, e gli oceani pioggia, e ancora arcobaleni, fulmini, saette, temporali, tempeste, uragani, distruzione e rinascita, totalità che ritorna «Uno», solido che ritorna gassoso, che ridiventa liquido, e poi ancora gassoso, solido, fluido, status quo, eterno «Altro», eterno ridivenire, eterna ghirlanda, eterna fatalità dell’universo, eterno destino del mondo, dell’Altro mondo, dell’essere umano che non riesce a comprendere che con lui o senza di lui le cose sono e diverranno ancora altro e poi se stesse, poi altro e di nuovo se stesse, cose che sono la stessa cosa, cose che non saranno mai la stessa cosa, lo stesso caos, caos e calma, caos calmo, e poi fuoco e acqua, terra e aria, cielo e cosmo, l’uno di fronte all’altro, l’«Uno di fronte all’«Uno»;

ora è cielo, Kosmos, cielo che si trasforma in sfera celeste, cielo da pianificare, cielo da controllare, cielo da etichettare, cielo pieno di etiche, di morali, di miti, cielo muto, cielo inquadrato, cielo diviso in costellazioni, in mappe stellari, in quadranti di astri, in asterismo, in isterismi collettivi, in figure mitologiche da tenere sott’occhio, di giganti e cigni, di orsi e serpenti, di granchi e carri, di croci e cinture, di chiome e pesci, di ammassi informi da sbrogliare, di galassie da armonizzare, di nebulose da dominare, da nominare, da rinominare, australe, boreale, austero, austrie, ostro per non rendere ostico il peregrinare, per orientarci, per occidentalizzarci, per recintare l’universo, per circoscrivere le stelle in triangoli, in quadrati, in quadranti, in quadri astrologici, in case, Prima casa, Seconda casa, in effemeridi, in congiunzioni positive, in influssi negativi, in pianeti contro, in Saturno contro, in Giove in Bilancia, in zodiaco, in nati sotto Saturno, sotto Venere, Venere in pelliccia, pelle d’Orsa Minor, perdiana, Diana della luce, di Artemide, di Luna crescente in oroscopi, in previsioni astrologiche, in preveggenza, per poi scoprire che è solo controllo degli eventi, solo previsione per prevenire sciagure, per scongiurare gli eccessi di tutti, per dominare domine e Dio, per bloccare gli Dèi, per recintare i loro moti, i loro passaggi, i loro influssi, un mare di influssi;

ora è mare, appunto, un mare che non puoi dominare, mare che non puoi sistemare, che non puoi fermare, non puoi contenere, non puoi calmare, mare che non ha strade da lastricare tant’è inafferrabile, mare che è vagabondo, imprevedibile, mare che è materia in movimento, è moto ondoso, è un onda che ti travolge, uomo in mare, «ma un uomo in mare che vita fa? non sa se andare di qua o di là. Scubidù, scubidù puoi capirmi solo tu», mare che ti spazza via e ti trascina giù, così come ha travolto me, uno tsunami dell’anima, un tumulto dell’anima mi ha trascinata giù, nessuna sirena è venuta in mio soccorso, perché ero sorda ai richiami, Nessuno mi ha legata a quell’albero maestro, a quel pilastro del cielo, albero che è venuto giù e mi ha spezzato la schiena;

ora è cielo, cielo che ribolle, cielo che sa di pulviscolo stellare, frammenti di meteoriti misti a plancton corpuscolare, luce che si propaga e irradia ogni spazio, ogni interstizio dell’universo, una luce che è brillata, forte, inondante, che ha travolto con un boato anche la mia casa, le mie cose, le mie ossa, la mia pelle, la mia testa, in un lampo è venuto giù l’universo, il mio mondo è crollato, un enorme sbuffo d’acqua di balena, di balena bianca accecante, ha espirato tutta la rabbia soffocata nel fondo, nel profondo, ha eruttato un’infinità di particelle digerite, corpuscoli insignificanti pronti a morire definitivamente, protocellule sminuzzate, kriller distruttivi, ferraglia devastante, bentos esplosivi, tutti stipati in un gigantesco spruzzo d’acqua che ha creato un’onda d’urto bestiale, travolgente, definitiva, facendomi saltare in aria dalla poltrona, sbattuta conto la libreria che già collassava verso di me, sbattuta contro una pila di libri che tremavano verso di me, che tramavano di arrestarsi contro di me con le loro costole spigolose, con i loro dorsi incisi a pieno titolo, titoli incisivi, titoli ferini, titoli che saltano agli occhi, che si sono conficcati in un occhio, sfondata la lente dell’occhiale, dell’occhio sinistro, quello astigmatico, quello ipermetrope, di quello che chiudo per fare l’occhiolino, che ha titolo da vendere, da vedere, titoli sparpagliati, un’orda di parole montate “un terremoto verbale con molti epicentri”, di un verbo che monta, di Montale e quale, una granata di lettere, di punti, di virgole, di numeri, briciole di carta, di costole, di filo refe sfibrato, di mille pagine squinternate, distrutte in mille pezzi, galleggianti nell’aria, vaganti, che si sono impastati con la polvere della mia casa, delle mie cose, della carta da parati, delle fibre delle tende, dei residui dei tappeti, di tegumenti di acari, di scaglie di pelle di sicari, di pelle tatuata, di gocce di sudore freddo, di granuli di polline, di frammenti di muffe, di funghi, di polvere di intonaco, di angherie, di alghe dell’acquario, di algoritmi sotterranei, di algide connessioni sottomarine, di sabbia, di briciole di stucchi, di calce, di schegge di vetri dei quadri, di olio di lino, di essenza di trementina, di lampadario che oscilla, che vacilla per una stanchezza appesa, di piume di uccello, di barbule, di penne d’ala remigante, della coda, tutte della mia cinciallegra, trafitta come me dal colpo di coda della megattera, da uno schiaffo infuocato che ha buttato giù la parete sinistra e spezzato il pilastro che reggeva il tetto del primo piano che ora è sopra di me, tramortiti entrambi da un lobtailing fuori sincrono con il nostro respiro, con il nostro comodo vivere, uccisi da uno schiaffone scucchiaiato così forte dall’ordigno esplosivo cucito addosso alla cintura piena di plancton di chiodi, di pallini d’acciaio, di viti, di bulloni che è deflagrata nel ristorante sotto casa, l’oceano di musica e bandiere è di colpo diventato silenzioso in questo triste cielo di novembre, cielo dominato dalle Pleiadi, cielo minato nel grande quadrato, un en-plein, un en plein air per il periplo, dalla doppia vu di Cassiopea, da una «W», una doppia cintura a vu che esplode a zig-zag, di bianche colombe, di falchi, di franchi tiratori, di albe dorate esplosive, di albe iniettate di sangue, di albe di ferocia, conseguenti, di Aldebaran nel Toro che carica, che insegue e sbuffa con gli occhi iniettati di sangue;

ora è cielo, un cielo che piange, un epicedio verrà scritto per la mia anima, qualcuno lo reciterà e io sarò pronta ad ascoltare, a sentirmi inutile, a non avere più progetti, idee sul futuro, sul mio futuro, a non poter scrivere sui fatti, sul da fare, sotto questa luna scheletrica, questa luna vigliacca, questa luna kamikaze che mi ha falciato, sono stata sommersa da un onda d’urto terroristica, da un’ondata di virulenza senza punti, senza punti d’appoggio, di scritte amare, di parole truci, di parole intraducibili, di parole tradotte, di tradotte di troppo, di truppe tradotte, tra dotti estranei ai fatti, di fatti traditi, di tradizioni turche, di tradizione tradita, di traduzione tradita, di non poter tradurre più libri di autori turchi, di non poter più sentire lo gemere dei torchi, di libri traditi, di libri a quattro mani, di libri ottomani, di luna e stella bianca, di notte bianca, di notte stellata, di stelle a strisce, di cattiva stella, di falce di luna, di Artemide, di luna trivia, di luna triviale, di viale del tramonto, del tramonto dell’essere, dell’essere in testa, dell’essenza dei testi, di editori, di dei e di tori, dei testicoli di toro come protuberanze rotonde, di nostra Signora di Efeso, di Nostra Signora dei Turchi, di Bene e di Male, di mezzelune ammainate.

Nostra Signora dei Turchi - Carmelo Bene (1968)



« ... geniale parodia della vita interiore", un Des Esseintes smontato e irriso. Nossignori. È ben altro. È il più bel saggio, in chiave di romanzo storico, su quel mio sud del Sud»