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venerdì 27 aprile 2012

SAPORIERA - Neologismo (2)


Mi passi il sale per piacere?, Mi allunghi la bottiglietta dell’olio e dell’aceto!?, Mi dai quel coso ... quella roba lì con l’olio, sale, pepe... ...,
Mi passiiiiiii ... immhh!, e mille altre espressioni del genere. 



Quante volte ci siamo ritrovati ad un tavolo con altri commensali (e pepe)  chiedendo in tanti modi possibili di quell’accrocco formato da quattro cose (non sempre tenute insieme) indipensabili a condire le pietanze?! Ogni volta usiamo un’espressione diversa, tipo: acetoliera, acetiera, saliera, ... aggiungendo scoraggiati “anche il pepe per favore”, “anche gli altri condimenti, naturalmente!”.


Alcuni giorni orsono, durante una delle solite pause pranzo, mentre aspettavo insieme ai colleghi che arrivasse la mia ricca insalatona mista, ho incominciato a guardarmi intorno per capire se sul tavolo di servizio c’era il kit per i condimenti. Non vedendolo, mi sono posto l’obiettivo di chiederlo, al primo cameriere che capitava a tiro, chiamandolo con un altro nome (non il cameriere). 

Quale poteva essere il neologismo che racchiudesse in un solo lemma il senso dei quattro principali prodotti usati per condire i cibi? Che parola potevo usare (perché il termine da usare doveva essere unico)? A quel punto qualcosa è scattato! Ho tirato fuori la penna e, girata la tovaglietta di carta, ho scritto di fila i quattro elementi:

Sale fino
Olio extra vergine d’oliva
Aceto di vino
Pepe nero macinato

Il naturale acronimo mi ha donato mezzo termine: SOAP. Dentro la testa è iniziata a fare capolino (e acetino :) una parola di senso compiuto, ma non mi convinceva. Ho anagrammato l’acronimo in tutte le permutazioni che avessero un senso: POSA-PASO-ASPO-APOS-SAPO-SOPA, e fra tutti ho scelto SAPO (forse per via di sapido). 

Su di esso ho ipotizzato nuove frasi di circostanza: Mi passi il Sapo per piacere?, M’allunghi il Sapo? ma era evidente che sapo non funzionava. Il foglio della tovaglietta non bastava più, i colleghi incominciavano a guardarmi male, ho buttato giù scrivendolo di traverso ciò che volevo dire per farmi portare gli odori, le spezie, i condimenti, i sapori, ... Sììì  SAPORI. Bingo! “SAPORIERA” (anche perché, se esiste saponiera, vaporiera, perché non saporiera??).


Ho alzato il braccio e alla cameriera che mi stava passando di fianco gli ho sparato, senza nessuna esitazione: 

«Cristina, può portarmi la Saporiera!?»
«Certamente! Gliela porto subito»
:-((

Ecco, che ci voleva!


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SAPORIERA = s. f. [der. di sapori]. – Oggetto presente dal 23 aprile 2012 sulle tavole di ristoranti, trattorie, ...  costituito da due ampolle, una per l’olio e l’altra per l’aceto, in genere di vetro o di cristallo o anche d’altro materiale (ceramica, porcellana, materia plastica), sorrette o tenute insieme da un supporto, generalmente di metallo o anche d’altro materiale, usato per condire e dare sapori alle vivande.  

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martedì 1 novembre 2011

NOMON - Neologismo (1)

NONOM = Neologismo (termine specifico da utilizzare al posto di sagoma).


NOMON = s. m. [dal greco Nomos (pl. nomòi): 1. consuetudine, norma, 2. nomo, nomisma, nomarca, da qui nomade (chi cambia dimora)]; propr. perimetro, circuito, contorno tracciato sul pavimento per delimitare e rappresentare l’ultima posizione assunta dal corpo di un individuo prima di morire. Per estens. nomon del cadavere, nomon sull'asfalto dell’uomo investito, il poliziotto tracciò il nomon della vittima con un nastro adesivo bianco. Nomon è un termine palindromo, bifronte, circolare, chiuso ad anello come lo è il contorno di una sagoma. Viene utilizzato per esprimere non solo il contorno di un tracciato chiuso intorno ad un cadavere ma anche ad un oggetto (es. impronta circolare di caffè lasciato dalla tazzina sul tavolo, il segno di una penna intorno alle dita di una mano, etc. ). L’origine del termine sembra nascere anche dalla crasi di due termini: No-OMO, No-Man, No-humanus; espres. universale con valore privativo che vale come “non-più-uomo” (individuo non più vivo). Cit. Segno nomonico dall’inconfondibile lineamento femminile.

Quando il nuovo lemma nomon si è impossessato dei miei pensieri una gioia immensa ha attraversato il mio essere. Ho esultato appena ne ho intuito la potenza, l’afflato (sic!). Un tremore ha scosso il mio corpo pervaso dalla calda forza che emanava il neologismo dato alla luce.

Davanti ai miei occhi ho intravisto il cambiamento che un solo termine può riuscire a provocare quando modifica abitudini e linguaggio in una comunità; quando una nuova parola scombussola la vulgata forense e fa prendere una nuova piega alle definizioni scientifiche; quando una vecchia parola come “sagoma” cade in disuso e non riesce più a connotare, nello specifico, il contorno tracciato intorno ad un cadavere o a un oggetto steso a terra.

Un lento declino, inesorabile, ha messo in pensione il vecchio termine e un trionfo ha spalancato le porte ai barbagli del possente friccicore del nuovo (sic!). Assaporando la gioia di essere parte attiva degli ultimi indefessi e salubri inseminatori di parole, ne ho assaporato a lungo la paternità e una certa contezza mi ha trasformato in un piccolo ma necessario creatore (sic!). 

Ho percepito chiara e forte la sua potenza in fieri mentre si faceva verbo, l’apoteosi nel divenire un nomen (omen), una cosa che prende corpo e diviene sostanza trasformandosi in sostantivo, che definisce, determina una propria entità, una sua essenza, un nome, ... che diviene lessema ... verbum... logos.

Nello stesso momento lo sconforto si è impossessato di me, ho visto chiaro e tondo la sua vis viva, la magia, il suo trasformarsi in parola e, nel tempo, parola abusata, inclusa nelle pagine dei vocabolari, imprigionata con altri lemmi, suoi tanti derivati (diminutivi, vezzeggiativi, spregiativi, accrescitivi, peggiorativi, aggettivi, avverbi, etc. ), per poi scomparire, perdendo corpo e consenso, nel futuro a sé prossimo, nei meandri delle parole disusate, morte.

L’apatia ha avvolto, come un’aura nomonica, il mio essere e una distonia ha intorpidito il mio corpo piombando nella più confortante malinconia. Con il tempo, non lo stesso che mi ha portato fin qui a scriverne, perché è un tempo postumo (difatti mi sento morto quanto la sagoma), nel conforto del ristagno dell’atrabile, ho rivissuto alcuni dei miei istanti infantili quando sui banchi di scuola, realizzavo per la prima volta, che abbiamo la pessima abitudine di definire con l’aggettivo “rotto/a” la nuova sventurata realtà di un oggetto non più integro (l’orologio è rotto, il braccio è rotto, etc.). 

E scoprire, successivamente, che noi umani abbiamo un nome per tutto: occhiali, ombrello, ramo, capelli, computer, vangelo, dio, casa, vetro, ... ma non abbiamo un termine per definire un ombrello rotto, una casa crollata, un auto distrutta, aggiungiamo, per esprimere e comprendere il nuovo stato delle cose ormai inutili, solo rotto, spezzato, distrutto; eppure, per un essere vivente, diciamo: “cadavere”, “salma”, “spoglie”, “carcassa”, “carogna”, non diciamo uomo rotto, cane rotto; certo usiamo forme come vita spezzata, vita interrotta, stroncata ma sono solo eufemismi per quando non abbiamo il coraggio di dire “morto”.

Insomma, per dirla con le parole di chi l’ha vissuto da bambino, non ci premuriamo di definire ombrello rotto con un nuovo termine, tipo: strìpiolo; una casa crollata con: prubia, gnavelle, scrate, ... o semplicemente ridefinendo il lemma con il suo esatto contrario asac, ollerbmo, ortev, ... Lasciamo tutto com’è, nicchiamo, non ci curiamo del loro stato, per noi nessuna di quelle cose ha più la dignità di esistere, di essere. L’ineluttabilità, la morte, attiva l’inesorabilità alle cose, alla vita degli oggetti, ancora prima di aver inventato e ridato a loro un nuovo nome, una nuova ultima vitalità.

Eppure, l’invenzione di un nuovo lemma avrebbe solo una intima eco di disperazione, questo è lo sconforto che emana la nuovissima parola appena coniata: morte. Perché le parole che utilizziamo sono già vecchie, putride, decrepite... proprio perché espresse. Heidegerr asseriva “L’uomo, appena nato, è già abbastanza vecchio per morire” figurarsi la parola.  

Ogni parola che pronunciamo, appena detta, è appassita insieme ai nostri pensieri, non potrà mai sprigionare il suo senso primigenio, la freschezza del suo significare finché era nella mente, finché era parte dell’archetipo o di un’archiscrittura. Eppure, la prima volta che l’ho scritta, ho pensato solo: l’ho appena pronunciata e ha già perso il candore della prima volta, la freschezza del suo esordire nel presente, nel contingente e già olezza di marcio, di stantio, di putrido.

Ogni parola che scriviamo non contiene mai l’oggetto dei nostri sentimenti, del nostro sentire, del nostro essere, è solo una mera descrizione. Il mondo non esiste nelle parole. La lingua o il linguaggio è un luogo di lessemi morti, le parole sono le tombe dei nostri pensieri, le lapidi delle nostre idee, tessere giganti di un domino che non avrà mai fine. Ma, al contempo, le parole sono la cura, il rimedio, il palliativo che ci illude di operare su un corpus che è e resta malato. 

Crediamo che la parola ci renda vivi, ma con esse ci illudiamo di vivere; sprigiona solo un’energia vitale che ci lega l’un l’altro ad un presente che è solo la porta della speranza di fuga del passato. La parola non ci concede un futuro, ma solo un contingente pieno di rivendicazioni e confronti. È terribile dirlo (Dickinson sbagliava) “la parola è morta”.

Ogni nuova parola non è l’illuminazione di una nuova visione, ma del buio che permea le altre; è solo l’eco della luce che contiene il logos del lucore che l’ha generata. Ci illudiamo di costituire e sostituire i nostri nuovi pensieri e con essi crediamo di cambiare il mondo in saecola et seculorum, ma con le nuove parole distruggiamo solo le precedenti scoperte altrui, camuffandole in sconfitte, bruciamo solo vecchie conquiste, così come il (mio) nomon cerca di fare con sagoma. 

Quindi, la mia eccitazione per questa nuova parola, è solo un’orrida emozione vecchia come l’uomo, vecchia come il mondo, è la malattia della nostra esistenza: perdersi in bricciche. Perciò, avrò pure inventato un nuovo lemma, ma sarò solo un ignobile Lucifero che cerca di accendere il faro a quel miserrimo divenire parola, uno strenuo difensore del cammino del linguaggio degli uomini. 

Un oceano di silenzi accenderà il suo apparire nel mondo e affogherà la mia ipocrita speranza di creatore di lemmi, probabilmente tra gli altrui affettuosi sentimenti e le ipocrite approvazioni, tra le sfrenate rimostranze e le spietate critiche, tra gli sghignazzi e gli insulti, ... ma io posso solo dire a mia discolpa, se serva poi a qualcosa o a qualcuno: “ho cercato parole che non sono riuscito a dire, ho scritto parole che non ho saputo pensare, ho inventato lemmi che non potevo creare”.

Sit venia verbo.

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martedì 5 ottobre 2010

ARARA = FRASI AD ANELLO DI CINQUE PAROLE - Neologismo (3)

Nel divertirmi a trovare un possibile neologismo che definisca il gioco delle frasi ad anello di cinque parole che generano a rotazione cinque diversi significati, ho pescato ARARA, un palindromo di cinque lettere (monovocalico e monoconsonantico):

ARARA = s.f. [a-ra-ra] - neologismo: parola di cinque lettere per definire una frase ad anello di cinque parole che cambiano significato cambiando a turno (e posizionandola per prima) una delle cinque parole e lasciando le altre quattro nell'ordine consequenziale. Il senso che riecheggia dal termine arara, tipico delle parole bustrofediche [der. del gr. βουστροϕηδόν, avv., comp. di βοῦς «bue» e στρέϕω «volgere»: bue che ara procedendo solco dopo solco a zig zag], è scorrere avanti e indietro dando un diverso senso alla frase. 
Il neologismo prende ispirazione: 1) dal verbo arare, 2) dal variopinto pappagallo Ara  - come i variopinti sensi della frase ad anello - e 3) dagli Indiani Arara che lottano per la loro sopravvivenza o per non morire di fame nell'Amazzonia brasiliana, contro tagliaboschi, allevatori e coloni armati che entrano a ondate nella loro foresta natale, distruggendola in modo irreversibile. 

A conforto del mio ARARA che Stefano Bartezzaghi chiama frasi-rotore, ho trovato anche questo stupendo verso palindromo: Accavalla denari, tirane dalla vacca (Primo Levi, Calore vorticoso) che a mio avviso è un possibile ARARA.


Il gioco delle frasi ad anello che possiamo anche chiamare ROTOR (nonovocalico ma biconsonantico) è molto antico. 

Il più famoso è quello del Quadrato magico TENET composto proprio da cinque parole latine: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS, (cambiano significato se le si legge dalla prima, seconda o ... quinta parola) che danno luogo ad un famoso palindromo. 

Svariati i significati:
- (alchemico): il seminatore, col suo carro, comprende le ruote dell'Opera.
- (agrario): Arepo, il seminatore, tiene con cura le ruote del carro.
- (evangelico): Col suo carro, tiene con cura le ruote, il seminatore. ... 

Ecco una delle mie frasi ARARA (grande fallo visto in campo):  
1 - Grande fallo visto in campo
2 - Fallo visto in campo grande
3 - Visto in campo grande fallo
4 - In campo grande fallo visto 
5 - Campo grande fallo visto in

Partiamo dalla prima:

Grande fallo visto in campo. 
Prima versione della frase ARARA. 

Il significato: Appassionati di calcio osservano in TV un fallaccio visto sul campo di gioco. 
(vedere foto Zidane-Materazzi)



«Fallo» visto in Campo Grande 

Seconda versione della frase ARARA. 
Il significato: «Fallo», il Film di Tinto Brass del 2003 è stato visto anche nelle sale in Campo Grande (capitale dello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul). 
(vedere foto locandina Film)
 

 
«Visto» in campo, grande fallo 

Terza versione della frase ARARA. 
Il significato: Qualcuno nel campo editoriale sembra esortare la redazione della rivista settimanale «Visto» a farla più grande (non è chiaro se nel formato o nei contenuti). 
(vedere foto Testata)



In campo grande Fallo visto 

Quarta versione della frase ARARA. 
Il significato: Da una lunga distanza, con la ripresa di un teleobiettivo in campo totale (panoramnica”, si vede Fallo, il piccolo comune in provincia di Chieti.
(vedere foto cartolina)



Campo, grande fallo visto «in»
Quinta versione della frase ARARA. 
Il significato: In mezzo al campo è stato visto un grande fungo dalla inequivocabile sagoma di fallo bello dritto nella tipica posizione in. 
(vedere foto “Phallus impudicus”)


 

Le foto allegate sono dei rispettivi titolari, anche se non espressamente citati.