domenica 21 luglio 2013

E lasciatemi divertire

 
Tri, tri tri
Fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu, ihu.

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.

Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!

Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche,
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!

Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la… spazzatura
delle altre poesie,

Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!

Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

Bilobilobiobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù,
U.

Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglion dire…
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.

Aaaaa!
Eeeee!
liii!
Qoooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con cosi poco
tenere alimentato
un sì gran foco?

Huisc… Huiusc…
Huisciu… sciu sciu,
Sciukoku… Koku koku,
Sciu
ko
ku.

Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate
in giapponese,

Abi, alì, alarì.
Riririri!
Ri.

Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.

Labala
falala
falala
eppoi lala…
e lala, lalalalala lalala.

Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.

Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!

Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!

Aldo Palazzeschi
Incendiario. E lasciatemi divertire.

mercoledì 3 aprile 2013

Difronte allA MORte

Francois Robert


Sogghigni felice
paura terrena e turpe g dici:
Vetusta la pena 

che triste v’adombra 
in questo silenzio di calma” nell’ombra
del gramo supplizio.

Maliarda presenza
di nero presagio il pio sortilegio
è grigia presenza

oscura, ambigua,
e il turpe momento d’un noto spavento,
grida... grida: “Tregua!”

Pietà! ... l’ossessione
rannicchia le membra, nella contorsione
la mente mia sembra

un’ardua malìa,
un crudo tormento che regna la veglia
ed il sonno-lento.

Malferma degenza
d’improvvida sorte non serve esser forte
in tua presenza,

finanche tu porti
lontano nel vento il vecchio sgomento...
già morto fra i morti!

martedì 29 gennaio 2013

B-EVOLUZIONE



Stare sotto ad un pino 
gustando una pigna colada 
è come bere un sorso di vino 
da una vite un po’ spanada.

lunedì 31 dicembre 2012

Happy New Year

 


Buon anno a tutti coloro che guardando indietro 
vedranno il futuro più eroseo.

tenendo però a mente che

“non c’èros senza spinta”.


giovedì 6 dicembre 2012

Decalogo - Romanzare



 10 CONSIGLI PER SCRIVERE SU TWITTER 
E NON SOLO.


1) Comincia col pulire i tasti della tua tastiera e lì che devi mettere per prima le mani.
 

2) Immagina prima la scena che stai per scrivere, sarà come attraversare casa la notte al buio per andare a pisciare.
 

3) Scrivi subito ciò che ti è venuto in mente, hai 5 minuti soltanto per trattenere un’idea, dopo svanisce nel nulla.
 

4) Scrivi pensando a #Guerraepace: quando scrivi è guerra, quando cancelli è pace.
 

5) Se sei vispo scopa, se sei spento fatti un toast, se sei incazzato fatti una doccia, ma se sei sveglio scrivi.
 

6) Non usare asserì vale quanto disse, ma sii sedulo nel locupletarci di lemmi desueti e burbanzoso nello scriverli. 
 

7) Usa pure parole complesse e desuete ma scrivile in modo semplice.
 

8) Con i neologismi picchi sui linguisti, con gli idiotismi gli editor, con gli anglismi i puristi: scrivi come mangi.

9) Devi avere in testa il finale, ma non scrivere affrettandoti a chiudere la fine, altrimenti scrivere sarà noioso.

10) Metti un punto (anche esclamativo, se ti garba). È più facile che mettere virgole a muzzo! 


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Twitter: Ninninedda

lunedì 5 novembre 2012

FLUIDI PSICHEDELICI


The Piper at the Gates of Dawn



Fumare piccole favole per famelici provinciali
faLiSci, provanDo finanche poliptoti forti perché
fossero presenti “fuori posto”
frasi pensate facendo parole
faleuci per favorirvi puntuali
frecciate polivalenti. 

Fluidi psichedelici flauto pifferaio  
...  ... ... felici pensieri!



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FP = Forza Pifferai! Fate, producete.



200mo Post - 200mo Post - 200mo Post - 200mo Post - 200mo Post

mercoledì 17 ottobre 2012

MIA CARA



Com’è difficile non cedere
all’infinita trasparenza
dei tuoi occhi profondi
rischiarati dal tuo eterno concedere.

Com’è nobile ascoltare la potenza
del caldo corpo della tua essenza
e sentire che il disincanto
mi spinge più vicino, così tanto
nei meati... del tuo incedere.

giovedì 16 agosto 2012

RECOLLECTION ROOM


Aeolus (Self-portrait with flour) di Luca Pierro

Gli ultimi istanti di esistenza non è possibile condividerli con nessuno, ma restano lì, in eterno, carichi di paure e gioie. Risplendono nell’infinito oceano delle emozioni e dei ricordi, e ognuno di essi resta inabissato nel buio più profondo. E quando sei pronto a farli venire a galla, riemergono come un’enorme balena bianca. Devi essere abile ad arpionarli al volo per riviverli e farli propri, specialmente se non sono i tuoi. Non ha importanza su quale navicella stai viaggiando è importante riconoscere a chi appartengono. 


- § -


Recollection Room
di
Franco Chirico

     Non stava più dondolandosi semplicemente sull’altalena. Era sospesa in aria e il beffardo rezzo gelido di novembre abbracciava il suo viso premendo sugli occhi come spilli. Sapeva che poteva cadere da un momento all’altro e che le sue minuscole dita, così strette alle corde, iniziavano a sbriciolarle in tanti fili di canapa. Le mezzelune dei pollici, rosse quanto le adiacenti cuticole rosicchiate negli ultimi giorni, stavano scomparendo sotto la stretta presa delle mani. Ma più temeva di cadere e più si teneva salda. Percepiva l’aria che le riempiva i lunghi capelli ed era scossa da un fremito che gli gelava il sangue. Sentiva le vene che si contraevano per le fitte del panico che ripetutamente accelerava sui polsi mentre il cuore, dopo ogni spinta, gli arrivava in gola.
    Per un attimo ha riaperto gli occhi alzandoli in alto, si è assicurata che i nodi delle corde erano ancora stretti attorno al ramo per sentirsi legata più alla terra che al cielo. Così sospesa nel vuoto non ha però capito se sognava, se erano solo ricordi e se quella caligine che affogava i suoi occhi era vera e divorava il parco dei suoi pensieri o era un nuovo incubo più feroce del precedente.
    Non poteva permettersi una nuova ricaduta, il dottore era stato chiaro “devi tenerti salda ed essere nel qui ed ora, sempre”. L’angoscia è cresciuta appena ha realizzato che, invece, le corde si perdevano nel nulla e lei dondolava appesa solo alle sue paure. Il terrore ha scomposto il suo ritmo appena si è accorta che quel movimento continuo non gli restituiva più l’orizzonte. Allora ha guardato in basso e da quel momento ha iniziato a vedere solo croci bianche spuntare improvvise da terra, fino a divenire una triste distesa di tombe di un cimitero infinito.
Lentamente davanti ai suoi occhi si è aperta una voragine che inghiottiva le lapidi. L’albero già era svanito, il cielo si era volatilizzato e sotto ai suoi piedi si allungava ferina l’ombra di chi la stava spingendo per portarla via con sé.
    La vertigine degli eventi gli ha rattrappito gli arti. Ha sbarrato la bocca serrando i denti e ha inghiottito la lingua per non doversi lamentare. Per ultime ha socchiuso le cosce opime per non subire una violenza che immaginava arrivare fin dentro di lei, nell’intimità. Una luce intensa è piombata fulminea illuminando le soavi membra che ai suoi occhi sono apparse per quello che erano realmente, bitorzolute e rattrappite, di una vecchia segaligna. I suoi capelli incanutiti in fretta sembravano rampicanti che si avviluppavano in lunghissimi trefoli intrecciati come funi, le stesse che stringeva tra le mani nodose. Così appesa e tirata su per i capelli ha iniziato a piangere per il dolore. Nulla poteva contro quella forza oscura che la tirava, portandola, al di là delle sue ultime energie, verso il territorio dell’annullamento.
    Tra le nuvole si sente assorbita in un intenso lucore che la trasporta alla fine del tunnel. Intorno vorticano, circondandola, angioletti smaniosi di accompagnarla in fondo, verso il principio di nuova perenne evoluzione. E proprio nell’estremo trapasso, un improvviso singulto la tira fuori, una forza la fa rientrare in sé riaggrappandosi ancora alle corde avvolte al robusto ramo, ma è quello della secolare quercia della casa paterna.
    Riconosce le finestre e le tendine socchiuse, l’avvolgente calore domestico, i propri familiari. Ama quel luogo che profuma di tenera vita, ricorda che ha dei figli, cinque nipotini, e che quelli sono gli ultimi pensieri che resteranno lì, eterni. Rivede gli istanti in cui il marito l’ha abbracciata e fatta sua delicatamente, rammenta i primi vagiti di Trinest, la sua primogenita, le prime parole pronunciate, la susseguente laurea. Poi improvviso incombe il dolore, la morte del coniuge. La figlia da crescere da sola, i lustri che passano inesorabili fino al matrimonio con il secondo compagno, e poi altri due figli. La nuova disgrazia e il dolore immenso per la perdita dell’ultimo nato, per un malore fulminante, finché un nuovo lungo dondolio l’allontana da loro.
    Sospesa nel vuoto assaggia l’aspra umidità della sera, e di nuovo, l’altalenante ritmo, calma ulteriori ricordi che riaffiorano come antiche ferite che finiscono per stroncarla. Ora la compieta è davvero suonata. Sente la pelle lacerarsi sparpagliandosi in ogni dove e i suoi respiri affannarsi nel cercare di tessere quei brandelli dispersi e farne un nuovo corpo di fresche e rigeneranti intenzioni. E mentre l’entelechia è compiuta, un secondo scossone la riporta via da lì verso l’infinito peregrinare tra le langhe oscure dell’immensa solitudine e dell’oblio.
    Comprende che l’ombra distruttiva ora la sta avvolgendo in una luttuosa veste nera. Un corvo gli si posa sul braccio destro e inizia a beccarla a sangue lacerandone i tessuti, sull’altro s’adagia una candida colomba che la solleva delicatamente per portarla via con sé.
Così trafitta e in croce non osa però chiamare a sé l’oscura signora e pregarla di accelerare quegli attimi indulgenti che significano morte. Sa che aspettarla le dà un coraggio che pone sollievo e beatitudine agli ultimi istanti terreni della sua antica anima.
     Rivede il cimitero sotto di sé e questa volta ne afferra il senso e il messaggio evocativo. L’eterne onde del destino volgono al termine e niente e nessuno cullerà più i suoi sogni e i suoi ricordi. Il suo, ormai, non è più un dondolio, è stasi, rigidità, pace. È quell’ultime visioni disperate sono state registrate nel grande libro degli eventi.
     Le corde si fermano e quando la luce si accende, i suoi mortali resti non ci sono più. Solo le sue emozioni resteranno lì, intatte nel tempo, per essere rivissute, sempre.
    Un triste clic spegne l’ultima testimonianza di vita registrata sul pianeta Terra in loro possesso. Sul megaschermo bi-oled LogDiØ3, il potente cronovisore di ultima generazione, compare una data che sa di inverosimile. La donna che esce in lacrime dalla Recollection Room della stazione spaziale orbitante “Nantucket” non può che essere grata al capitano Mobachaby per averle fatto rivivere l’esperienza degli ultimi istanti di sua nonna Nedeva, prima di morire nell’inverno del 2063.