giovedì 6 dicembre 2012

Decalogo - Romanzare



 10 CONSIGLI PER SCRIVERE SU TWITTER 
E NON SOLO.


1) Comincia col pulire i tasti della tua tastiera e lì che devi mettere per prima le mani.
 

2) Immagina prima la scena che stai per scrivere, sarà come attraversare casa la notte al buio per andare a pisciare.
 

3) Scrivi subito ciò che ti è venuto in mente, hai 5 minuti soltanto per trattenere un’idea, dopo svanisce nel nulla.
 

4) Scrivi pensando a #Guerraepace: quando scrivi è guerra, quando cancelli è pace.
 

5) Se sei vispo scopa, se sei spento fatti un toast, se sei incazzato fatti una doccia, ma se sei sveglio scrivi.
 

6) Non usare asserì vale quanto disse, ma sii sedulo nel locupletarci di lemmi desueti e burbanzoso nello scriverli. 
 

7) Usa pure parole complesse e desuete ma scrivile in modo semplice.
 

8) Con i neologismi picchi sui linguisti, con gli idiotismi gli editor, con gli anglismi i puristi: scrivi come mangi.

9) Devi avere in testa il finale, ma non scrivere affrettandoti a chiudere la fine, altrimenti scrivere sarà noioso.

10) Metti un punto (anche esclamativo, se ti garba). È più facile che mettere virgole a muzzo! 


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Twitter: Ninninedda

lunedì 5 novembre 2012

FLUIDI PSICHEDELICI


The Piper at the Gates of Dawn



Fumare piccole favole per famelici provinciali
faLiSci, provanDo finanche poliptoti forti perché
fossero presenti “fuori posto”
frasi pensate facendo parole
faleuci per favorirvi puntuali
frecciate polivalenti. 

Fluidi psichedelici flauto pifferaio  
...  ... ... felici pensieri!



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FP = Forza Pifferai! Fate, producete.



200mo Post - 200mo Post - 200mo Post - 200mo Post - 200mo Post

mercoledì 17 ottobre 2012

MIA CARA



Com’è difficile non cedere
all’infinita trasparenza
dei tuoi occhi profondi
rischiarati dal tuo eterno concedere.

Com’è nobile ascoltare la potenza
del caldo corpo della tua essenza
e sentire che il disincanto
mi spinge più vicino, così tanto
nei meati... del tuo incedere.

giovedì 16 agosto 2012

RECOLLECTION ROOM


Aeolus (Self-portrait with flour) di Luca Pierro

Gli ultimi istanti di esistenza non è possibile condividerli con nessuno, ma restano lì, in eterno, carichi di paure e gioie. Risplendono nell’infinito oceano delle emozioni e dei ricordi, e ognuno di essi resta inabissato nel buio più profondo. E quando sei pronto a farli venire a galla, riemergono come un’enorme balena bianca. Devi essere abile ad arpionarli al volo per riviverli e farli propri, specialmente se non sono i tuoi. Non ha importanza su quale navicella stai viaggiando è importante riconoscere a chi appartengono. 


- § -


Recollection Room
di
Franco Chirico

     Non stava più dondolandosi semplicemente sull’altalena. Era sospesa in aria e il beffardo rezzo gelido di novembre abbracciava il suo viso premendo sugli occhi come spilli. Sapeva che poteva cadere da un momento all’altro e che le sue minuscole dita, così strette alle corde, iniziavano a sbriciolarle in tanti fili di canapa. Le mezzelune dei pollici, rosse quanto le adiacenti cuticole rosicchiate negli ultimi giorni, stavano scomparendo sotto la stretta presa delle mani. Ma più temeva di cadere e più si teneva salda. Percepiva l’aria che le riempiva i lunghi capelli ed era scossa da un fremito che gli gelava il sangue. Sentiva le vene che si contraevano per le fitte del panico che ripetutamente accelerava sui polsi mentre il cuore, dopo ogni spinta, gli arrivava in gola.
    Per un attimo ha riaperto gli occhi alzandoli in alto, si è assicurata che i nodi delle corde erano ancora stretti attorno al ramo per sentirsi legata più alla terra che al cielo. Così sospesa nel vuoto non ha però capito se sognava, se erano solo ricordi e se quella caligine che affogava i suoi occhi era vera e divorava il parco dei suoi pensieri o era un nuovo incubo più feroce del precedente.
    Non poteva permettersi una nuova ricaduta, il dottore era stato chiaro “devi tenerti salda ed essere nel qui ed ora, sempre”. L’angoscia è cresciuta appena ha realizzato che, invece, le corde si perdevano nel nulla e lei dondolava appesa solo alle sue paure. Il terrore ha scomposto il suo ritmo appena si è accorta che quel movimento continuo non gli restituiva più l’orizzonte. Allora ha guardato in basso e da quel momento ha iniziato a vedere solo croci bianche spuntare improvvise da terra, fino a divenire una triste distesa di tombe di un cimitero infinito.
Lentamente davanti ai suoi occhi si è aperta una voragine che inghiottiva le lapidi. L’albero già era svanito, il cielo si era volatilizzato e sotto ai suoi piedi si allungava ferina l’ombra di chi la stava spingendo per portarla via con sé.
    La vertigine degli eventi gli ha rattrappito gli arti. Ha sbarrato la bocca serrando i denti e ha inghiottito la lingua per non doversi lamentare. Per ultime ha socchiuso le cosce opime per non subire una violenza che immaginava arrivare fin dentro di lei, nell’intimità. Una luce intensa è piombata fulminea illuminando le soavi membra che ai suoi occhi sono apparse per quello che erano realmente, bitorzolute e rattrappite, di una vecchia segaligna. I suoi capelli incanutiti in fretta sembravano rampicanti che si avviluppavano in lunghissimi trefoli intrecciati come funi, le stesse che stringeva tra le mani nodose. Così appesa e tirata su per i capelli ha iniziato a piangere per il dolore. Nulla poteva contro quella forza oscura che la tirava, portandola, al di là delle sue ultime energie, verso il territorio dell’annullamento.
    Tra le nuvole si sente assorbita in un intenso lucore che la trasporta alla fine del tunnel. Intorno vorticano, circondandola, angioletti smaniosi di accompagnarla in fondo, verso il principio di nuova perenne evoluzione. E proprio nell’estremo trapasso, un improvviso singulto la tira fuori, una forza la fa rientrare in sé riaggrappandosi ancora alle corde avvolte al robusto ramo, ma è quello della secolare quercia della casa paterna.
    Riconosce le finestre e le tendine socchiuse, l’avvolgente calore domestico, i propri familiari. Ama quel luogo che profuma di tenera vita, ricorda che ha dei figli, cinque nipotini, e che quelli sono gli ultimi pensieri che resteranno lì, eterni. Rivede gli istanti in cui il marito l’ha abbracciata e fatta sua delicatamente, rammenta i primi vagiti di Trinest, la sua primogenita, le prime parole pronunciate, la susseguente laurea. Poi improvviso incombe il dolore, la morte del coniuge. La figlia da crescere da sola, i lustri che passano inesorabili fino al matrimonio con il secondo compagno, e poi altri due figli. La nuova disgrazia e il dolore immenso per la perdita dell’ultimo nato, per un malore fulminante, finché un nuovo lungo dondolio l’allontana da loro.
    Sospesa nel vuoto assaggia l’aspra umidità della sera, e di nuovo, l’altalenante ritmo, calma ulteriori ricordi che riaffiorano come antiche ferite che finiscono per stroncarla. Ora la compieta è davvero suonata. Sente la pelle lacerarsi sparpagliandosi in ogni dove e i suoi respiri affannarsi nel cercare di tessere quei brandelli dispersi e farne un nuovo corpo di fresche e rigeneranti intenzioni. E mentre l’entelechia è compiuta, un secondo scossone la riporta via da lì verso l’infinito peregrinare tra le langhe oscure dell’immensa solitudine e dell’oblio.
    Comprende che l’ombra distruttiva ora la sta avvolgendo in una luttuosa veste nera. Un corvo gli si posa sul braccio destro e inizia a beccarla a sangue lacerandone i tessuti, sull’altro s’adagia una candida colomba che la solleva delicatamente per portarla via con sé.
Così trafitta e in croce non osa però chiamare a sé l’oscura signora e pregarla di accelerare quegli attimi indulgenti che significano morte. Sa che aspettarla le dà un coraggio che pone sollievo e beatitudine agli ultimi istanti terreni della sua antica anima.
     Rivede il cimitero sotto di sé e questa volta ne afferra il senso e il messaggio evocativo. L’eterne onde del destino volgono al termine e niente e nessuno cullerà più i suoi sogni e i suoi ricordi. Il suo, ormai, non è più un dondolio, è stasi, rigidità, pace. È quell’ultime visioni disperate sono state registrate nel grande libro degli eventi.
     Le corde si fermano e quando la luce si accende, i suoi mortali resti non ci sono più. Solo le sue emozioni resteranno lì, intatte nel tempo, per essere rivissute, sempre.
    Un triste clic spegne l’ultima testimonianza di vita registrata sul pianeta Terra in loro possesso. Sul megaschermo bi-oled LogDiØ3, il potente cronovisore di ultima generazione, compare una data che sa di inverosimile. La donna che esce in lacrime dalla Recollection Room della stazione spaziale orbitante “Nantucket” non può che essere grata al capitano Mobachaby per averle fatto rivivere l’esperienza degli ultimi istanti di sua nonna Nedeva, prima di morire nell’inverno del 2063.

giovedì 19 luglio 2012

AL CONSENSO INANE

 



Lungo questo meriggio afoso.
Dalla “loggia” si lotta per la logomachia,
altri sudano, eppure qualcuno sbadiglia.
Non si accorgono di nulla,
nessun battito di ciglia
la logorrea li distrugge
figurarsi la fatuità del dogmatismo.

Nessuno dichiara responsabilità
e nessuno pretende d’altronde
la diaria che gli spetta,
ma tutti ridono al mormorio del “salotto”
muffito e incartapecorito,
chi col camauro, chi col turbante,
chi col chepì, chi addirittura col cilindro,
oppure col basco o con la cloche l’ultima velina
scoperta dal morigerato produttore in inazione.

La stabulazione del gruppo
avviene repentina come una Via Crucis.
Certo... il barbogio basisce
per l’inutile impegno letterario,
ma la sua apoteosi è già bella che fatta,
mentre sedizioso, ricambia
con pochi colpi il mossiere
che scopre il celato velo
dell’equipe dell’editore in dissezione.




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sabato 7 luglio 2012

MOTO CIRCOLARE

Albane Simon

Sapeva che doveva fare tutto da solo. Sapeva che il suo patrigno era sempre vigile e non abbassava mai la guardia. Sapeva che i vicini lo avrebbero ammazzato se solo si fosse azzardato ad avvicinarsi al loro recinto per chiedere aiuto. Sapeva che per attuare il suo piano la sorpresa era la migliore alleata, sapeva.




MOTO CIRCOLARE
di
Franco Chirico


    Distrusse la moto dopo un’accelerata di soli quindici metri. Non ne aveva cavalcata mai una. Come avesse fatto a metterla in moto, ad ingranare la marcia e partire a razzo sganciandola dal cavalletto solo Dio lo sa. O meglio, deve essere stato il diavolo in persona a suggerirglielo. Gli ha fatto infilare il casco e stringere la cinghietta al mento, l’ha fatto salire passando prima sopra la cassetta degli attrezzi e, infine, ci ha messo le mani attivando direttamente la manopola destra bloccandola fino all’urto contro la siepe che, spaccona, lo aspettava impassibile come una staccionata da ippodromo.
    La moto in quel pochissimo tratto di strada s’era impennata simile a un puledro imbizzarrito, poi aveva abbassato le pretese alla docilità del padroncino e, ritoccata terra con la ruota anteriore, s’era abbrivata addosso alla siepe tagliata altezza torace di un muretto di bosso.
Una volta colpiti i fitti arbusti mimetizzati dalle verdi foglioline, s’era ribaltata scavalcando la siepe per poi ricadere, sulle ruote ancora accelerate, dentro il giardino dell’unico vicino che non doveva andare a visitare. Lui invece, misero centauro pivellino disarcionato, era stato catapultato in aria frenando la corsa sui rami alti dell’eucalipto e ripiombato giù sulla florida siepe, a capofitto, per via del casco, ruzzolando al di là della strada svariate volte, sul soffice manto erboso verde invidia fresco annaffiato.
    La moto appena riatterrata sul prato era schizzata via fino a fermare la traiettoria falciaerba, proprio sul vanto di Rebecca: il nuovissimo ibrido di rosa tigrata, innestato sui ceppi perenni ormai decidui, sbocciolandone i preziosi petali in mille pezzi. Infine, spentasi, aveva finito la corsa restando stranamente su, appoggiandosi docile sul fianco del serbatoio addosso alle foglioline dei robusti rovi.
    Il padre, già allertato dall’iniziale urlo del motore, si era alzato inferocito dal divano eruttando dal groppo la birra appena tracannata e, dopo aver percepito le ruote che giravano a vuoto, per poi sentirle sincopare di netto, s’era precipitato fuori prefigurandosi davanti agli occhi la sciagurata scena immaginata. Dirigendosi nel garage aveva cercato dappertutto quel figliastro scavezzacollo per ammazzarlo di botte ma, ancora più incazzato di prima, aveva scoperto che non c’erano né lui né il casco in superfibra di carbonio appena acquistato.
    La terra che continua a vorticare, vista dagli occhi occlusi da una visiera brunita abbassata, sa di fine del mondo anticipata, sa di fatale allineamento dei pianeti, sa di appuntamento con l’oscuro destino, sa di prossime bastonate del padre, sa di schioppettata del vicino, sa di rottweiler slegato che gli azzannerà nuovamente un polpaccio, sa di vicina che ne farà spezzatino. Sa che se non si alza immediatamente quello che è successo da lì a poco non sarà nulla rispetto a quello che succederà, e nessuno saprà mai da dove nasce l’insolenza e i continui colpi di testa del piccolo Mark. Così come nessuno riesce a immaginare cosa diventa realmente Bruce quando incazzato stringe tra le mani una mazza da baseball, e soprattutto nessuno sa se è vero che il vicino Hashim, ha trascorso tre anni in isolamento nel carcere di massima sicurezza a Guantánamo e perché odia così tanto Bruce e i suoi tre figli maschi. Due avuti con la seconda moglie appena divorziata, e il terzo, proprio Mark, non figlio suo ma della prima moglie morta in uno strano incidente, con lui alla guida, dove però solo lei era precipitata dal ponte annegando nel fiume. Senza immaginare di cosa è capace la vicina. Qualcuno dice che sotto le sue piante così rigogliose ci sono i cadaveri a pezzi dei due primi vicini scomparsi all’improvviso nel nulla.
    E comunque, cosa gli altri non sanno a lui non frega nulla, lui lo sa.
    Immediatamente è saltato sul sellino, riavviato la moto, sgommato sull’erba, inforcato il vialetto, distrutto il cancelletto in douglas appena laccato e svicolato sulla strada rincorso dal padre, sfiorato dalla fucilata del vicino, dalle maledizioni della vicina e dal molosso che inseguitolo fino all’incrocio, diventato subito dopo rosso, viene investito in pieno da un camion.
     I tre, invece, rimasti in mezzo alla strada come dei babbioni inferociti, hanno incominciato a guardarsi in cagnesco: uno con il Winchester a pompa in mano, l’altra con un’enorme troncarami dalle lame scintillanti che apre e chiude davanti agli occhi di Bruce il quale, non da meno, colpevole anche di avere uno stronzetto che oltre ai danni ha distrutto in pochi secondi definitivamente i già tesissimi rapporti con loro, brandisce una Rawlings, una mazza in legno che non potrà mai avere la meglio contro quell’arsenale di soverchiante rivalità. L’unico modo per uscirne sarà buttare l’arma, ma sa anche che immediatamente uno gli farà saltare le cervella e l’altra diventare stabbio per le sue future piantine.
    Allora realizza le mosse possibili, conscio del fatto che nelle altre villette i vicini in vacanza non sono in casa a dargli manforte contro quell’orrida coppia assatanata di sangue. Alza le mani stringendo le due estremità opposte della mazza. Resta così inerme per pochissimi istanti, poi inscenando una piena sottomissione, sorride sardonico e si china adagiando lentamente il legno sull’asfalto. In segno di resa, rialzandosi, mette lentamente le braccia dietro la schiena, restando immobile.
    Il vicino, per niente intenerito, carica il gingillo incamerando una nuova cartuccia, dopodiché allunga la canna del fucile dirigendogliela al petto. L’arpia, nel frattempo, si avvicina puntando le tronchesi alla base del collo. Bruce, senza scomporsi minimamente, impugna la pistola infilata dietro la cintola sparando improvviso un primo colpo al cuore di Hashim e un secondo in testa a Rebecca. Hashim però, per via del riflesso condizionato, fa esplodere il colpo in canna prendendo in pieno viso Bruce.
    Ognuno di loro rimane vittima sull’asfalto in una grande pozza di sangue.
    Mark che aveva cronometrato quel piccolo capolavoro di puntuale vendetta, tornato con calma sui propri passi, ha rimesso diligentemente moto e casco in garage. Vendicata la madre, si è sdraiato sul divano, acceso la TV e, finita la birra ancora fredda del padre, ha chiamato la polizia:
    «Venite il mio patrigno è stato ucciso dai vicini... troverete tre cadaveri sull’asfalto».

lunedì 11 giugno 2012

REASON WHY


Jeans-Jesus-528 - Oliviero Toscani e Emanuele Pirella



Il copy è partito per il Nebrasca e qui
di palo in frasca l’Art (cioè io) usa sfavillanti
schizzi che diventano roughe e finish layout.
Che cosa esaltante vincere le gare pubblicitarie:
Corsa è l’Opel saettantecon nuovi Testimonial
da mettere sui mezzi (pardon sui media):  
Poster, Banner, Spot, Videoclip, ...


«Che bei bozzetti hai fatto sull’auto».
Che dici mi toccherà chiamare il carrozziere
o preferisci che contatti l’account executive?!
«No!» e non sentire neanche il Key Account.
Insomma toccherà a me fare il lavoro!
Allora faccio un ritocco qua e là
che credi, sono un creativo esterno, io.
Ops! Un freelance?!


Una nottata e mezza ed è pronto tutto
anche se abbiamo saltato il brainstorming,
il progress, il report, il marketing mix,
le case history, il brief, la copy strategy, il jingle,
il payoff, lo slogan, il visual, l’Unique Selling Proposition,
il Target, il Naming, ... e ’n’accidente che ve pija 
pe tutti ’sti cazzi di termini inglesi.


È bello essere un creativo (meglio dire ideativo
senza mezzi (medium) termini
Mi consolo guardando le pubblicità italiane!



sabato 2 giugno 2012

TURUNTU*

fuckyeahalbuquerque.tumblr.com


Taranta -> è un’invasata batterista di Toronto -> figlia dell’organista (e che organo!) Terente -> il quale a sua volta (<-- chiave di) è stato generato durante un piano (anzi pianola) di due musicisti Tirinti.


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*Turuntu -> Tun turun tu turuntu tun tutun = e tanta tanta tanta altra musica.


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È pura isotopia seguire tutti i link, in special modo quello su Terente. «Nomina sunt consequentia rerum».
*T_R_NT_  (AAA, EEE, III, OOO, UUU).

sabato 26 maggio 2012

Orgoglio e Pregiudizio



Non parlerò mai di questa pellicola.
E ne sono fiero!

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... anche posponendoli una contraddice l’altro, o forse uno l’altra, oppure l’uno e l’altro, o entrambi giacché rappresentano l'infinita lotta, l’eterna Lizzie.

venerdì 18 maggio 2012

ETAOIN SHRDLU





o-lorem ipsum* dolor sit amet, postfrangiluce1 --> bdhmqvz adipisici elit, sed eiusmod tempor incidunt ut labore et dolore magna aliqua (V.S.Q.P.R.D. blitz che fu magno)2 enim ad [etaoin shrdlu cmfwyp wbvkxj qz] minim drag and drop veniam, quis nostrud exercitation pangramma ullamco laboris QWERTY - -  UIOPè é ASDFGHJKL ò à ù  ZXCVBNM nisi ut ex eacommodi consequat aute iure “non-breakable space” reprehenderit Ctrl+V: prova&NBSP;&NBSP;&NBSP;di&NBSP;&NBSP;&NBSP;scritturaThe quick brown fox jumps over the lazy dog in voluptate linotipisti Com’è profondo il mare” velit esse cillum dolore “Eĥoŝanĝo ĉiuĵaŭde” eu fugiat nulla pariatur. Excepteur WASD sint obcaecat “asso di picche” cupiditat non proident, De finibus bonorum et malorum in culpa qui officia ASCII deserunt soft space {Etienne (giacca EffeEsse3) udì a Pierre: «vuoi quelle bici Emmezeta »?} mollit œ æ fi ffi ffl ft ∫  ß anim id est linotype laborum». End of Text. End of Text. End of Text. End of Text. 


Cmd+Alt+Esc





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* Lorem ipsum (con annessi e connessi). Qua e là si parla di alfabeto italiano ed inglese, di 21 o 26 lettere, di disposizione delle lettere sulle tastiere, di refusi, di Jabber e layout di impaginazione, di finto testo, di testo vero rivisto e corretto (anche scorretto), di dire di, di pangrammi universali, di eterogrammi, di esperanto, di spazi, di lineette, di trattini, di tratti, di underscore, di spazio non spezzabile, di asterischi, di glifi, di legati, di lettere, di capolettera, di D, di &, di linotype, di tipografia, di sistemi di stampa, di caratteri, di caratteri di controllo, di ciceri, di Cicerone, di asso di picche, di due di picche, di Elio e le storie tese, di Lucio Dalla, di linotipisti, per paura dei linotipisti, di piombo fuso, di piombo, degli anni di piombo, di Film, di pellicole, di lastre, di raggi, di dolori, di do-lorem ipsum, di ergo sum, di Summa, di glossa, di glossa cazzata, di Aristotele, di Poetica, di Poe, di un po’, di tutto un po’, ... l’è tutto un frecantò pe facce scrive un po’.
     
1 Eterogramma di 14 lettere, delle 21 dell’alfabeto italiano ne ho lasciato fuori solo 7: bdhmqvz, nessuna è ripetuta.
2 Pangramma con tutte le 21 lettere dell’alfabeto italiano, nessuna è ripetuta.
3 Pangramma sillabico (EffeEsse = F.S. = Ferrovie dello Stato). 

Fredric Brown - ETAOIN SHRDLU