domenica 18 marzo 2012

LASCIA IL SOGNO

Il Dj di “Radici nel cemento”?


Ho fatto un sogno
abbaiavo al sole
senza trovare le parole
e non mi vergogno.


Ho fatto un incubo
schiacciavo un pisolino
e perdevo un dentino
sbattendo al tubo.


Ho fatto una mezza dormita
ero un Dj in erba
fumavo pure il cruciverba
poi e finita.


Ho fatto un dormiveglia
che cazzo voglia dire
non so capire
presto prenderò una sveglia.


__________
Non è un Haiku, non è un Maltusiano, non è una Bosinada, non è un Efìmnio, ... ma sì, sì, è chiaro a tutti, è un ABBA (del resto la musica che gira sui piatti ne ha lasciato il segno).

martedì 13 marzo 2012

LA COSA - IL CASO - UN CAOS




Non cercare altrove
quello che ti appartiene
perché è dentro di te.
Riconosci quel che sarai
e vedrai ciò che sei.


_________
Un b(r)uco non sa che diventerà una stupenda farfalla, ma dà la vita per divenire altro (o per non cadere in fallo).



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martedì 6 marzo 2012

Volevo fortissimamente Volevo





Volevo parlare al vento
e tirare giù il firmamento
pagare a tutti pegno
e battervi le mani
ma non sono ancora degno
del mio domani.


Volevo restare un fiore
e diventare un colto precettore
tagliare le mie radici
e tirar fuori le ali
ma ho inforcato solo bici
senza pedali.

Volevo giocar d’astuzia
e sparpagliare la minuzia
abbracciarvi tutti quanti
e buttare giù Filistei e colonne
ma ho disprezzato i santi
figurarsi le madonne.

Volevo dar voce a voi
senza escludere amanti, moglie e buoi
far castelli in aria
e andare contromano
ma la mia vita sedentaria
mal sopporta il divano.

Volevo sputare in cielo
smettere di radermi contropelo
saltare giù ad occhi chiusi
e nascondere il cerino

faccio progetti pii e astrusi
ma resto sempre cretino.

Volevo 
inventare un gioco
e buttar parecchia acqua sul fuoco
stringere a tutti il collo
e a fare gli scongiuri
ma dei miei giorni sicuri
ho perso l’autocontrollo.

Volevo cambiare il mondo
e saltellare nel vostro girotondo
pagarvi con il baratto
e ascoltare ogni sospiro
ma son diventato matto
a prendervi tutti in giro.


Volevo fissar
 farfalle
nell’elettrico Moulin Rouge a Pigalle
oppure diventare un santone
senza suonare il violino
ma ora ho questa canzone
che ha un refrain cretino.

Volevo ascoltare la gente
e imparare a non far niente
 
parlare a denti stretti
e raccontare barzellette
ma a far satira ci rimetti

non paghi le bollette.

Volevo diventare grande
e spruzzar profumi e lavande
 
vivere come uno sceicco
e non giocare la cinquina
ma sono finito a picco
scolandomi la cantina.


Volevo disegnare fumetti
e dire “Chi la fa, l’aspetti

passare per un nuovo eroe
e fare il librettista
ma ho scritto come Poe
e l’Opera non s’è vista.


Volevo sognare ad occhi aperti
e non credere ai referti
uccidervi scientificamente
e saltellare sulla Luna
ma il mio fantasticar silente
non vi porterà fortuna.

Volevo passare alla storia
e ridere e far baldoria
 
evitare ogni ambasce
e farla pagare agli scaltri
ma son rimasto in fasce
i cresciuti siete voi altri.

martedì 28 febbraio 2012

Rispondere per le rime


Killer Tune - Art Print by  Enkel Dika



De Vulgare Eloquentia
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Tiè!





Dolce Stil Novo
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Ah ...mbè!



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martedì 21 febbraio 2012

FIBONACCI e altre conSEQUENZE




E a te che viene proporre espressamente, subparetimologizzando, ultrasuperidentificabilissimamente1
OmoProtoProTopoGlottoOmoFonoSobborgoColoLocorotondoLogo?2

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1Come Dante, nel suo “De Vulgare Eloquentia”, mi permetto parole con prefissi.
2Simile al primo sostituto del posto, studioso della lingua originaria e delle parole dai suoni simili, di un abitante esperto dei discorsi inerenti i sobborghi di Locorotondo.

In altre parole: a te glottologo nei pressi di Locorotondo che inventi lemmi superidentificabili e monovocalici lunghi una quaresima (da domani) cosa te ne viene proporre parole sub-paraetimologicamente popolari?


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L’altro ieri mi sono riavventurato nella spettacolare sequenza di Fibonacci e non avendo [sinonimo dialettale romano di “non son qui a vendervi questa cosa” > ma si accetta qualunque obolo(3)] altro a cui pensare e/o sgrugnare le meningi (era domenica pomeriggio inoltrato e avevo finito la mia dose quotidiana di domenica pomeriggio, mi avanzava solo una piccola parte di «è già mercoledì e io no») ho deciso di sfidare me medesimo, talmente tanto, che la mia testolina, propensa a sperimentare nuovi neologismi da piccolo Nomoteta del linguaggio, ha inziato ad abburattare tutta la farina a disposizione nel sacco (scroto escluso) per ottenere una polvere fine fine ... a che punto non lo so. 

Sistematica_mente, per via della predisposizione tassonomica (son una buona pastella d’uomo io e altrove son fusillanime, lo sapete), con siffatta farina, dato il periodo, ne ho fatto frappe. Oggi, anche se ho scritto questo post lunedì scorso, è martedì grasso e non serve aggiungere altro (solo che ricorre la migliore data palindroma possibile: 21-02-2012 = (21-II-12) = magia dei numeri), cioè non mi brigo di entrare in ulteriori quisquilie carnevalesche. Venendo al sodo, anzi al soldo, ho scoperto di essere un superbo frapperista (o frappista?... boh!) e per la prima volta in letteratura, con la sequenza numerica  ho iniziato ad impastare parole con i valori dei primi 10 numeri (escluso lo Zero <- farina): 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55  (= F10).

Mi spiego meglio: ho trovato una serie/frase di dieci parole, ognuna lunga quanto le lettere indicate nella sequenza. La cosa non è stata affatto semplice, ma conoscendomi, l’ho anche complicata un po'. La decima e ultima parola, lunga 55 caratteri, difficile da trovare in una lingua parlata e scritta (nel mondo terracqueo non ne ho trovato, o meglio, conosco solo “supercalifragilistichespiralidoso” che è di 33 lettere), ho dovuto inventarla, e non pago (ribadisco, non la vendo e non caccio un Euro -> giacché penuria pecunia), l’ho pure pensata monovocalica. Ho scelto tra le cinque vocali la tonda «O» (Giotto insegna), e da pugliese doc (1= uno = un o), l’unico posto (2) al mondo (2) con cinque «o» che mi è tornato in mente è stato Locorotondo (5). Una volta lì, parlare con l’esperto del posto è stato un gioco introspettivo (sic!).
Prosit!

Attualmente Wikipedia recita così:

Numeri Fibonacci e legami con altri settori

Chissà se un giorno qualcuno aggiungera alla voce “In letteratura”:

1 =
1 =
2 = te 
3 = che 
5 = viene 
8 = proporre 
13 = espressamente, 
21 = subparetimologizzando,
34 = ultrasuperidentificabilissimamente1  
55 = OmoProtoProTopoGlottoOmoFonoSobborgoColoLocorotondoLogo?2

sabato 28 gennaio 2012

FESTINA LENTE



Tu salti, lei cammina
io corro, lui zompetta,
insomma ogni mattina
ogni giornata scorre svelta
tra mille frenesie senza un dopo
sembra vita, ma è fretta senza scopo.


Tu bevi, loro a sorsi
io mangio, lei divora,
prendiamo tutto a morsi
pasteggiamo ogni quarto d’ora
con gran gusto... ma senza più un sapore
tra intensi effluvi che non hanno odore.


Tu compri, voi acquistate
io permuto, lui prende
in prestito o anche a rate
per altrui interessi e prebende.
Maledetta miseria, ché compriamo
se mai un cazzo di nulla possediamo?

domenica 1 gennaio 2012

COSÌ FAN TUTTE + LE NOZZE DI FIGARO

Inizio l’anno così, dandomi delle Arie.  

Da NostraDannus, eletti compagne e compagni di viaggio, auguri.



 

… Via, via! Passaro i tempi
da spacciar queste favole ai bambini!
In uomini, in soldati,
sperare fedeltà?
(ridendo) 
Non vi fate sentir, per carità!

Di pasta simile
son tutti quanti:
le fronde mobili,
l’aure incostanti
han più degli uomini
stabilità!

Mentite lagrime,
fallaci sguardi
voci ingannevoli,
vezzi bugiardi
son le primarie
lor qualità!

In noi non amano
che 'l lor diletto,
poi ci dispregiano,
neganci affetto,
né val da’ barbari
chieder pietà!

Paghiam, o femmine,
d’ugual moneta
questa malefica
razza indiscreta:
amiam per comodo,
per vanità!

Lorenzo Da Ponte e Wolfgang Amadeus Mozart
Così fan tutte,
nell’interpretazione di Cecilia Bartoli.



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Moderato
Aprite un po’ quegli occhi
Uomini incauti e sciocchi,
Guardate queste femmine,
Guardate cosa son.
Queste chiamate Dee
Dagli ingannati sensi,
A cui tributa incensi
La debole ragion,
Son streghe che incantano
Per farci penar,
Sirene che cantano
Per farci affogar.
Civette che allettano
Per trarci le piume,
Comete che brillano
Per toglierci il lume;
Son rose spinose,
Son volpi vezzose,
Son orse benigne,
Colombe maligne,
Maestre d’inganni,
Amiche d’affanni
Che fingono, mentono,
Amore non senton,
Non senton pietà.
Il resto nol dico,
Già ognuno lo sa.
(si ritira)

Lorenzo Da Ponte e Wolfgang Amadeus Mozart
Le nozze di Figaro
nell’interpretazione di Erwin Schrott.

domenica 18 dicembre 2011

INTERESSENZA




Mi interessa la tua indifferenza
perché allontana la mia attenzione
ora che il mio desiderio è un tuo pensiero
per rifiutare il mio pensiero.



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INDIFFERESSE.


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sabato 3 dicembre 2011

martedì 1 novembre 2011

NOMON - Neologismo (1)

NONOM = Neologismo (termine specifico da utilizzare al posto di sagoma).


NOMON = s. m. [dal greco Nomos (pl. nomòi): 1. consuetudine, norma, 2. nomo, nomisma, nomarca, da qui nomade (chi cambia dimora)]; propr. perimetro, circuito, contorno tracciato sul pavimento per delimitare e rappresentare l’ultima posizione assunta dal corpo di un individuo prima di morire. Per estens. nomon del cadavere, nomon sull'asfalto dell’uomo investito, il poliziotto tracciò il nomon della vittima con un nastro adesivo bianco. Nomon è un termine palindromo, bifronte, circolare, chiuso ad anello come lo è il contorno di una sagoma. Viene utilizzato per esprimere non solo il contorno di un tracciato chiuso intorno ad un cadavere ma anche ad un oggetto (es. impronta circolare di caffè lasciato dalla tazzina sul tavolo, il segno di una penna intorno alle dita di una mano, etc. ). L’origine del termine sembra nascere anche dalla crasi di due termini: No-OMO, No-Man, No-humanus; espres. universale con valore privativo che vale come “non-più-uomo” (individuo non più vivo). Cit. Segno nomonico dall’inconfondibile lineamento femminile.

Quando il nuovo lemma nomon si è impossessato dei miei pensieri una gioia immensa ha attraversato il mio essere. Ho esultato appena ne ho intuito la potenza, l’afflato (sic!). Un tremore ha scosso il mio corpo pervaso dalla calda forza che emanava il neologismo dato alla luce.

Davanti ai miei occhi ho intravisto il cambiamento che un solo termine può riuscire a provocare quando modifica abitudini e linguaggio in una comunità; quando una nuova parola scombussola la vulgata forense e fa prendere una nuova piega alle definizioni scientifiche; quando una vecchia parola come “sagoma” cade in disuso e non riesce più a connotare, nello specifico, il contorno tracciato intorno ad un cadavere o a un oggetto steso a terra.

Un lento declino, inesorabile, ha messo in pensione il vecchio termine e un trionfo ha spalancato le porte ai barbagli del possente friccicore del nuovo (sic!). Assaporando la gioia di essere parte attiva degli ultimi indefessi e salubri inseminatori di parole, ne ho assaporato a lungo la paternità e una certa contezza mi ha trasformato in un piccolo ma necessario creatore (sic!). 

Ho percepito chiara e forte la sua potenza in fieri mentre si faceva verbo, l’apoteosi nel divenire un nomen (omen), una cosa che prende corpo e diviene sostanza trasformandosi in sostantivo, che definisce, determina una propria entità, una sua essenza, un nome, ... che diviene lessema ... verbum... logos.

Nello stesso momento lo sconforto si è impossessato di me, ho visto chiaro e tondo la sua vis viva, la magia, il suo trasformarsi in parola e, nel tempo, parola abusata, inclusa nelle pagine dei vocabolari, imprigionata con altri lemmi, suoi tanti derivati (diminutivi, vezzeggiativi, spregiativi, accrescitivi, peggiorativi, aggettivi, avverbi, etc. ), per poi scomparire, perdendo corpo e consenso, nel futuro a sé prossimo, nei meandri delle parole disusate, morte.

L’apatia ha avvolto, come un’aura nomonica, il mio essere e una distonia ha intorpidito il mio corpo piombando nella più confortante malinconia. Con il tempo, non lo stesso che mi ha portato fin qui a scriverne, perché è un tempo postumo (difatti mi sento morto quanto la sagoma), nel conforto del ristagno dell’atrabile, ho rivissuto alcuni dei miei istanti infantili quando sui banchi di scuola, realizzavo per la prima volta, che abbiamo la pessima abitudine di definire con l’aggettivo “rotto/a” la nuova sventurata realtà di un oggetto non più integro (l’orologio è rotto, il braccio è rotto, etc.). 

E scoprire, successivamente, che noi umani abbiamo un nome per tutto: occhiali, ombrello, ramo, capelli, computer, vangelo, dio, casa, vetro, ... ma non abbiamo un termine per definire un ombrello rotto, una casa crollata, un auto distrutta, aggiungiamo, per esprimere e comprendere il nuovo stato delle cose ormai inutili, solo rotto, spezzato, distrutto; eppure, per un essere vivente, diciamo: “cadavere”, “salma”, “spoglie”, “carcassa”, “carogna”, non diciamo uomo rotto, cane rotto; certo usiamo forme come vita spezzata, vita interrotta, stroncata ma sono solo eufemismi per quando non abbiamo il coraggio di dire “morto”.

Insomma, per dirla con le parole di chi l’ha vissuto da bambino, non ci premuriamo di definire ombrello rotto con un nuovo termine, tipo: strìpiolo; una casa crollata con: prubia, gnavelle, scrate, ... o semplicemente ridefinendo il lemma con il suo esatto contrario asac, ollerbmo, ortev, ... Lasciamo tutto com’è, nicchiamo, non ci curiamo del loro stato, per noi nessuna di quelle cose ha più la dignità di esistere, di essere. L’ineluttabilità, la morte, attiva l’inesorabilità alle cose, alla vita degli oggetti, ancora prima di aver inventato e ridato a loro un nuovo nome, una nuova ultima vitalità.

Eppure, l’invenzione di un nuovo lemma avrebbe solo una intima eco di disperazione, questo è lo sconforto che emana la nuovissima parola appena coniata: morte. Perché le parole che utilizziamo sono già vecchie, putride, decrepite... proprio perché espresse. Heidegerr asseriva “L’uomo, appena nato, è già abbastanza vecchio per morire” figurarsi la parola.  

Ogni parola che pronunciamo, appena detta, è appassita insieme ai nostri pensieri, non potrà mai sprigionare il suo senso primigenio, la freschezza del suo significare finché era nella mente, finché era parte dell’archetipo o di un’archiscrittura. Eppure, la prima volta che l’ho scritta, ho pensato solo: l’ho appena pronunciata e ha già perso il candore della prima volta, la freschezza del suo esordire nel presente, nel contingente e già olezza di marcio, di stantio, di putrido.

Ogni parola che scriviamo non contiene mai l’oggetto dei nostri sentimenti, del nostro sentire, del nostro essere, è solo una mera descrizione. Il mondo non esiste nelle parole. La lingua o il linguaggio è un luogo di lessemi morti, le parole sono le tombe dei nostri pensieri, le lapidi delle nostre idee, tessere giganti di un domino che non avrà mai fine. Ma, al contempo, le parole sono la cura, il rimedio, il palliativo che ci illude di operare su un corpus che è e resta malato. 

Crediamo che la parola ci renda vivi, ma con esse ci illudiamo di vivere; sprigiona solo un’energia vitale che ci lega l’un l’altro ad un presente che è solo la porta della speranza di fuga del passato. La parola non ci concede un futuro, ma solo un contingente pieno di rivendicazioni e confronti. È terribile dirlo (Dickinson sbagliava) “la parola è morta”.

Ogni nuova parola non è l’illuminazione di una nuova visione, ma del buio che permea le altre; è solo l’eco della luce che contiene il logos del lucore che l’ha generata. Ci illudiamo di costituire e sostituire i nostri nuovi pensieri e con essi crediamo di cambiare il mondo in saecola et seculorum, ma con le nuove parole distruggiamo solo le precedenti scoperte altrui, camuffandole in sconfitte, bruciamo solo vecchie conquiste, così come il (mio) nomon cerca di fare con sagoma

Quindi, la mia eccitazione per questa nuova parola, è solo un’orrida emozione vecchia come l’uomo, vecchia come il mondo, è la malattia della nostra esistenza: perdersi in bricciche. Perciò, avrò pure inventato un nuovo lemma, ma sarò solo un ignobile Lucifero che cerca di accendere il faro a quel miserrimo divenire parola, uno strenuo difensore del cammino del linguaggio degli uomini. 

Un oceano di silenzi accenderà il suo apparire nel mondo e affogherà la mia ipocrita speranza di creatore di lemmi, probabilmente tra gli altrui affettuosi sentimenti e le ipocrite approvazioni, tra le sfrenate rimostranze e le spietate critiche, tra gli sghignazzi e gli insulti, ... ma io posso solo dire a mia discolpa, se serva poi a qualcosa o a qualcuno: “ho cercato parole che non sono riuscito a dire, ho scritto parole che non ho saputo pensare, ho inventato lemmi che non potevo creare”.

Sit venia verbo.

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